E' a persone come Moumen che bisognerebbe dare il riconoscimento
Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza rischia di produrre l’effetto opposto: sostenere la narrazione di Hamas
Avvenire ha rilanciato la proposta di candidare al Nobel per la pace i bambini di Gaza morti in questi anni, ricevendo diverse adesioni a sinistra. L’intenzione era nobile: dare voce a chi non ce l’ha più. Ma bisognerebbe ricordare che è l’intero popolo di Gaza a non averla, da quando Hamas è al potere. Altrimenti, difficilmente avrebbe scelto una guerra suicida contro un vicino militarmente più forte.
Un’iniziativa come quella del Nobel rischia quindi di produrre l’opposto di ciò che promette: finendo per sostenere la narrazione di Hamas, ovvero di chi ha iniziato una guerra dove sono morti proprio quei bambini che si vorrebbero ricordare. Diversi di loro, peraltro, impiegati dall’organizzazione jihadista in operazioni militari nonostante la minore età.
Non è un’interpretazione arbitraria. Il 26 ottobre 2023, il leader di Hamas Ismail Haniyeh disse che il sangue di donne e bambini era necessario per risvegliare lo spirito rivoluzionario. Una frase da ricordare ogni volta che si parla delle vittime senza interrogarsi sulle responsabilità di chi ha scelto di iniziare questa guerra.
La cronologia dei fatti non va persa dietro l’emozione. La guerra è stata scatenata dal massacro del 7 ottobre 2023, quando Hamas in un giorno uccise 1.200 persone in Israele e ne rapì altre 251. Per oltre due anni la popolazione di Gaza e di Israele ha pagato il prezzo di un conflitto prolungato dalle scelte politico-militari di Hamas. È stato solo lo scorso ottobre – con l’inizio della restituzione degli ostaggi – che è iniziato il cessate il fuoco che ha chiuso la fase più intensa della guerra; se Hamas avesse accettato di liberarli due anni prima, molti di quei bambini che oggi piangiamo sarebbero vivi. Chiedere un Nobel senza nominare chi aveva in mano la leva per fermare la guerra e non lo ha fatto, è un atto di rimozione.
Se davvero si vuole dare voce ai palestinesi, si guardi a chi ha avuto il coraggio di opporsi a Hamas: un regime che dal 2007 reprime il dissenso e ha imposto ai gazawi un conflitto devastante.
Il nostro Paese ha il merito di avere accolto uno di questi eroici oppositori, Moumen Al-Natour: attivista per i diritti umani e fondatore del movimento Bidna N’eesh (Vogliamo vivere). A partire dal 2019 ha guidato le proteste contro Hamas che gli sono costate ripetuti arresti e torture. Continuamente braccato dagli jihadisti, è riuscito a uscire da Gaza grazie anche allo straordinario impegno e cuore dell’avvocato Alessandra Casula.
È a figure come lui che dovrebbe guardare chi ha il cuore che batte per Gaza: ovvero a quei palestinesi che, come i partigiani italiani, si sono opposti a un potere totalitario. Sono loro ad avere la credibilità per costruire domani una Gaza libera. Se si vuole davvero ascoltare le voci dei Gazawi è a persone come Moumen che bisognerebbe dare il Nobel per la pace: a chi ha sempre rifiutato la logica della violenza in favore della pace.
Un Nobel ai bambini uccisi commuove, ma non cambia nulla. E non sarebbe nemmeno compatibile con le regole del premio: già il testamento di Alfred Nobel del 1895 riserva il riconoscimento a persone o organizzazioni che abbiano operato per il disarmo e la fraternità tra i popoli, e dal 1974 lo statuto della Fondazione vieta espressamente le candidature postume, escludendo chi è già deceduto.
Il popolo palestinese, dopo aver vissuto un ventennio di fascismo sotto Hamas, ha bisogno ora come non mai di speranza, pace e democrazia. E il sostegno di un Nobel agli esuli palestinesi che si sono opposti ad Hamas potrebbe davvero incidere sul futuro di Gaza.
© Riproduzione riservata






