La situazione in Medio Oriente
Il paradosso della guerra all’Iran, ciò che non uccide Teheran: Hormuz l’arma di sopravvivenza del regime
In Medio Oriente lo scontro tra gli Stati Uniti (con il loro principale alleato Israele) e la Repubblica islamica dell’Iran va avanti da decenni e durerà ancora a lungo. Ma gli ultimi sviluppi, dal 28 febbraio ad oggi, mostrano che qualcosa è cambiato. Dopo tonnellate di bombe e migliaia di missili, il principale obiettivo strategico di Washington e Tel Aviv – spazzare via il regime degli ayatollah – non si è realizzato. Anzi, l’amministrazione Trump è costretta ad esercitare una formidabile e costosissima pressione militare solo per impedire che i pasdaran utilizzino lo Stretto di Hormuz come arma, più efficace dell’atomica, contro l’economia globale.
La fiducia degli alleati regionali nell’ombrello protettivo americano si è comprensibilmente ridotta. L’attacco all’Iran ha esposto le monarchie del Golfo, impegnate nella delicatissima transizione economica dalla “monocoltura” di idrocarburi verso l’offerta differenziata di finanza e turismo, alle dure rappresaglie di Teheran. D’ora in poi gli emiri potrebbero non vedere più di buon occhio l’idea di ospitare basi USA sul proprio territorio. Anche la nascita della cosiddetta “NATO islamica” – l’accordo di mutua difesa tra Arabia saudita, Turchia e Pakistan – può essere letta come risposta all’appiattimento di Washington sulla politica di “guerra permanente” del governo Netanyahu.
Il meccanismo “l’attacco ad uno sarà considerato attacco a tutti”, sul modello dell’art.5 dell’Alleanza atlantica, non è per il momento molto credibile, ma in prospettiva appare più promettente dell’adesione agli “accordi di Abramo” che Trump caldeggia per normalizzare le relazioni tra Israele e parte del mondo arabo. Come se non bastasse, sono evidenti le difficoltà del presidente americano anche nel gestire i rapporti con Netanyahu, che per ragioni elettorali e personali ha bisogno di mantenere alta la tensione con i nemici dello Stato ebraico.
Il solo fatto di essere sopravvissuti all’attacco combinato del Grande e del Piccolo Satana, alla decimazione della classe dirigente, alla distruzione di infrastrutture militari e civili, alla severità delle sanzioni e alla crisi economica è considerato dalla nuova leadership iraniana, più radicale della precedente, una vittoria sostanziale. E in effetti lo è. Ma per la prima volta il regime dà l’impressione di credere nella possibilità di progredire verso due obiettivi di portata esistenziale: allentare (quantomeno) l’assedio di Israele e degli States e ottenere sollievo sul piano economico. A ben guardare, l’azione politica, diplomatica e militare degli iraniani punta esattamente a questo: dissuadere i nemici dall’attaccare (perché le conseguenze sarebbero troppo pesanti) e recuperare risorse chiedendo riparazioni, lo sblocco degli asset congelati all’estero e il superamento delle sanzioni. Controllare, o pretendere di controllare lo Stretto di Hormuz e, tramite gli alleati Houthi, quello di Bab El Mandeb è indispensabile allo scopo.
Secondo il detto di Nietzsche “ciò che non uccide, fortifica”. Non è matematica, ma in alcuni casi è vero.
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