"Woke 1 was crazy"
Il Pd e il problema della sua identità: Ocasio-Cortez scarica la prima stagione woke, Schlein e il cerchio magico adesso cosa saranno?
Ora che Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto propria la formula “Woke 1 was crazy” – la prima stagione woke è stata folle – dobbiamo attenderci un analogo riposizionamento anche dalla sinistra italiana? La domanda riguarda soprattutto chi negli ultimi anni ha guardato con attenzione alle tendenze provenienti dai Democratici americani e, inevitabilmente, anche l’attuale segreteria del PD.
Occorre capire di quale riposizionamento parliamo. Si tratta di cambiare linguaggio perché alcune parole non funzionano più elettoralmente oppure di rivedere i presupposti politici che stavano dietro quelle parole? L’impostazione che pretende di riequilibrare la società assumendo come criterio prioritario le appartenenze identitarie rimane profondamente sbagliata anche quando nasce da istanze condivisibili. Combattere le discriminazioni e tutelare le minoranze sono conquiste fondamentali delle società liberaldemocratiche. Una cosa è garantire universalmente questi diritti, altra è organizzare la rappresentazione politica attraverso identità collettive. Il liberalismo parte dall’individuo e dall’universalità dei diritti; l’identitarismo tende a ricondurre l’individuo al gruppo cui appartiene. Negli Stati Uniti le ragioni storiche di questo processo sono più comprensibili: profonde divisioni razziali e un sistema di protezione sociale meno esteso di quello europeo hanno dato maggiore peso alle rivendicazioni di gruppi specifici. Questa storia non può essere semplicemente trasferita nella società europea.
Il ripensamento del woke apre allora una questione più ampia. Le contraddizioni della sinistra italiana affondano nella nostra storia politica e il Partito Democratico ne rappresenta forse l’esempio più evidente. Il PD appartiene alla famiglia del socialismo europeo e nella sua attuale classe dirigente non esiste una componente significativa proveniente dalla storia del socialismo italiano. È un’anomalia che merita di essere interrogata. Il principale partito italiano aderente al Partito del Socialismo Europeo non deriva dal PSI: nasce essenzialmente dall’incontro tra gli eredi del PCI e la cultura cattolico-democratica. Questa origine diventa un problema quando non è più chiaro quale sintesi politica dovesse produrre. Il PD nacque nell’orizzonte di un sistema maggioritario come grande casa dei riformisti, nella quale potessero incontrarsi postcomunisti, cattolici democratici, socialdemocratici e liberali di sinistra.
Quel sistema politico non esiste più. Il PD raccoglie oggi circa un quinto dei voti e la domanda diventa inevitabile: chi intende rappresentare? Se non vuole essere la casa dei riformisti, quale ragione conserva il progetto per cui era nato? Se non vuole chiamarsi Partito Socialista, quale rapporto intrattiene con la famiglia europea alla quale appartiene? E se continua a richiamare prevalentemente il PCI e Berlinguer, come si concilia questa genealogia con il ruolo di principale rappresentante italiano del socialismo europeo? Un partito che non si confronta con la propria storia difficilmente può costruire il proprio futuro. Le strade possibili sono due.
La prima consiste nel diventare esplicitamente un grande partito socialista o socialdemocratico. Sarebbe una scelta legittima e chiarissima, per quanto singolare: un partito nato principalmente dall’incontro tra postcomunisti e cattolici democratici assumerebbe la funzione politica di quella tradizione socialista italiana che non ne aveva determinato la nascita.
La seconda strada mi sembra più coerente con l’intuizione originaria del PD: andare oltre il perimetro del socialismo e spiegare perché lo si fa. Significa costruire una sintesi con il liberalismo di sinistra. Il socialismo ha mostrato che la libertà formale rischia di svuotarsi quando le condizioni materiali rendono gli individui radicalmente diseguali; il liberalismo ha mostrato che nessun progetto di uguaglianza può sacrificare autonomia individuale, pluralismo e libertà. Oggi anche questa sintesi deve essere ripensata. Intelligenza artificiale, robotica e automazione possono modificare radicalmente il ruolo del lavoro umano. Dati, algoritmi e capacità di calcolo sono nuove forme di potere. La questione sociale riguarderà sempre più chi possiede le nuove tecnologie, chi beneficia della produttività e come distribuire la ricchezza se il lavoro umano perderà centralità. A ciò si aggiunge la trasformazione ecologica dei sistemi produttivi.
Socialismo, liberalismo, trasformazione digitale e sostenibilità potrebbero allora costituire i quattro assi di una nuova cultura riformista. Se il PD non vuole percorrere questa strada e non vuole diventare un partito socialista, rimane una domanda: che cos’è? Un partito, come suggerisce la parola, è una parte. Deve rappresentare interessi e valori legittimi, possedere un’identità, confrontarsi con una storia e trasformarla in un’idea del futuro. Senza identità diventa un contenitore elettorale; senza storia un’operazione di marketing; senza futuro può soltanto inseguire i linguaggi che di volta in volta sembrano prevalere. Il woke è quindi soltanto il sintomo. Prima di stabilire come comunicare, un partito dovrebbe definire il proprio statuto teorico: quali interessi rappresentare, quali valori difendere e quale idea di società perseguire nel mondo globale.
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