Non ci è dato sapere se Elly Schlein sia o meno appassionata di letteratura marinaresca e se, tra i suoi saggi di armocromia e i libri di Obama (il suo mentore spirituale), ci siano anche i romanzi di Cecil Scott Forester — autore della saga di ben 11 volumi dedicati alla carriera di Horatio Hornblower, partito da semplice aspirante guardiamarina e giunto fino al rango di ammiraglio della flotta della Marina Britannica — o se, per caso, facendo zapping col telecomando, le sia capitato di intravedere una delle trasposizioni cinematografiche del celebre Ammutinamento del Bounty (sono tre), entrando così in contatto con un concetto quanto mai attuale nel PD di oggi: quello dell’ammutinamento, appunto. Forse così riuscirebbe a dare un nome a ciò che le accade intorno e che non promette nulla di buono per le sue aspirazioni future.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire quello che sta accadendo. Mancano verosimilmente sei mesi alle elezioni — mese più, mese meno — e il cosiddetto “campo largo”, più che un cantiere aperto, sembra una di quelle cicatrici sul paesaggio che ben conosciamo e che siamo soliti definire “scheletri di cemento”, perché definirlo “opera incompiuta” risulterebbe persino troppo nobilitante. Il motivo è semplice e risiede in quella diversità strutturale che impedisce la reale creazione di un programma politico vero e concreto, facendo intravedere già oggi lesioni che impantanerebbero un’eventuale azione di governo. Poi — e non è un dettaglio — al Partito Democratico e all’intero fronte cosiddetto progressista manca la capacità di leggere la realtà e, dunque, di capire che oggi un programma politico non è la realizzazione di una propria visione ideologica da calare dall’alto, ma prima di ogni altra cosa è la capacità di cogliere le istanze reali del Paese.

Il salario minimo e i diritti civili non sono prioritari, e non lo è certamente l’approccio eco-folle — seppur attenuato nei toni — al tema energetico: insistere sulle rinnovabili come fa Schlein significa non avere idea non solo degli sfregi al paesaggio, ma dell’inconsistenza di una soluzione che sarebbe comunque ininfluente. Così come utopica appare l’eventuale creazione di un nuovo PNRR: una cosa non improbabile, ma del tutto impossibile. Da notare anche l’assenza di ogni riferimento alla situazione internazionale con posizioni chiare (ogni partito della coalizione ha posizioni ambigue o antitetiche all’interesse nazionale), oltre che al tema della difesa, della sicurezza e dell’immigrazione, dove — diciamolo — la sinistra non sa che pesci prendere e si limita al mero commento critico delle iniziative del governo.

Ma il vero problema di Elly Schlein, e torniamo al concetto di ammutinamento, viene proprio dal suo partito, dove il suo nome per la leadership della coalizione si fa sempre più di rado e senza grande convinzione. Anche l’ultima uscita di Roberto Speranza, ai limiti del paradossale oltre che della presa in giro degli elettori, ci pone una domanda: perché non sostenere la segretaria del partito che legittimamente correrebbe come leader? Perché parlare di “leader provvisori” o “simbolici”? Lette da un elettore comune, mettiamo pure indeciso, queste dichiarazioni appaiono come nulla di più che una pura ammissione di debolezza. Del resto, perché gli elettori dovrebbero credere in lei se neanche i suoi, in fondo, ci credono?

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.