Quando mancano 80 giorni alla prima grande verifica elettorale per Donald Trump, il rettore della Link Campus di Roma Carlo Alberto Giusti, che per metà dell’anno vive negli Usa, invita alla calma: «La vera partita sono le midterm. I democratici devono tornare al concreto e abbandonare le battaglie ideologiche».

Rettore Giusti, perché gli osservatori europei sono così concentrati sulla successione a Trump?
«È uno degli errori più comuni, in Europa. Si cerca quotidianamente di immaginare chi possa essere il successore di Trump, mentre Trump ha ancora davanti più di due anni di presidenza. E lo stesso presidente ha chiarito la questione. Alla domanda dell’ABC se avesse indicato J.D. Vance ai donors, cioè a coloro che finanziano la campagna repubblicana, come il 48° presidente degli Stati Uniti, ha risposto seccamente di no. La domanda sulla successione è quindi prematura».

Perché allora questa ossessione degli analisti europei per il dopo Trump?
«Per una tipica distorsione dell’analista politico: immaginare il successore dell’attuale governante fa perdere di vista il focus centrale. Oggi la vera partita sono le elezioni di midterm di novembre. E per capire come andranno bisogna guardare soprattutto agli americani: alla loro quotidianità, all’economia, alle loro preoccupazioni concrete. È questo il punto di vista che gli osservatori europei dovrebbero studiare».

Trump resta competitivo nonostante i sondaggi poco favorevoli. Perché?
«Perché su alcuni temi è ancora preponderante, a partire dall’economia. Sul versante democratico, invece, continuano gli scandali interni e manca una risposta politica capace di tradurre il dissenso verso Trump in una proposta concreta. La reazione continua a essere legata a battaglie tipiche dell’ideologia woke che hanno finito per caratterizzare negativamente la politica democratica».

CARLO ALBERTO GIUSTI RETTORE UINVERSITA’ STUDI LINK,

Cosa dovrebbero fare i democratici per recuperare terreno?
«Tornare al concreto. Dalle presidenziali di Hillary Clinton a quelle di Kamala Harris, molte scelte democratiche sui diritti civili, sull’economia e sul welfare sono state smentite dalla volontà degli americani di abbandonare radicalismi ed eccentricità. Il tema del costo delle uova, che è stato uno dei cavalli di battaglia di Trump contro Biden, potrebbe diventare paradossalmente proprio la chiave dei democratici: parlare di ciò che incide davvero sulla vita degli americani».

E Vance? È davvero lui il futuro del Partito repubblicano?
«Non è affatto detto. Vance è certamente una figura centrale, ma trasformarlo già oggi nel successore designato di Trump significa anticipare una partita che non è ancora cominciata. Prima bisogna capire cosa accadrà nei prossimi due anni e soprattutto quale sarà il rapporto tra Trump, il Partito repubblicano e gli elettori americani».

Il problema, allora, è anche la reputazione internazionale degli Stati Uniti?
«Certamente. Trump, a tratti, sembra una scimmiottatura degli autocrati dai quali è tanto attratto. Ma la questione più importante è un’altra: gli Stati Uniti sono portatori di valori, libertà e democrazia che hanno rappresentato un esempio per il mondo occidentale. Il prossimo presidente dovrà anche essere in grado di risollevare la reputazione internazionale del popolo americano».

Quanto conta, in questo scenario, il sistema istituzionale americano?
«È fondamentale. L’inquilino della Casa Bianca, grazie a una Costituzione molto forte e a un sistema di bilanciamento dei poteri che si è consolidato in 250 anni, resta sottoposto a contrappesi decisivi. Basti pensare alla forza della Corte Suprema. È proprio questo equilibrio a garantire che il passaggio democratico da un presidente all’altro resti al servizio della libertà degli americani e, più in generale, del mondo intero».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.