Parafrasare Lenin può essere utile per descrivere alcuni fenomeni politico-culturali. Il woke, almeno nella sua versione più ideologica, potrebbe essere definito la malattia infantile di una certa sinistra occidentale. In Italia, per fortuna, non ha mai veramente messo radici, anche se con l’avvento di Elly Schlein alla segreteria del Pd ha fatto capolino nel dibattito pubblico. Ora che negli Stati Uniti Alexandria Ocasio-Cortez ha preso le distanze dagli eccessi di una stagione che pure aveva attraversato, Giuseppe Conte ha sparato ad alzo zero contro il woke.

Black Lives Matter e il movimento woke

Più che una disputa filosofica, la sua sembra anche una mossa politica: occupare uno spazio lasciato scoperto e mettere indirettamente in difficoltà Schlein. Subito dopo è arrivato Matteo Renzi, che ha trasformato la critica al woke in uno degli elementi identitari della sua proposta riformista: meno ideologia, più politica. Nel discorso renziano non poteva mancare Barack Obama, con il richiamo alla componente democratica americana che avrebbe cercato di mitigare gli eccessi del fenomeno. Eppure proprio durante la presidenza Obama esplose il movimento Black Lives Matter: nato nel 2013, acquistò una dimensione nazionale e internazionale dopo i fatti di Ferguson del 2014. Fu in quel clima che il termine woke, proveniente dalla cultura afroamericana e dall’espressione stay woke, ampliò progressivamente il proprio significato, indicando la vigilanza contro il razzismo e, successivamente, contro altre discriminazioni. Occorre però evitare di mettere tutto nello stesso calderone.

Il politically correct e la cancel culture

Elly Schlein e Laura Boldrini hanno rappresentato alcune delle sensibilità politiche più attente ai temi dei diritti, delle minoranze e delle discriminazioni, mentre il fenomeno #MeToo ha seguito una storia propria, pur intrecciandosi con quel clima culturale. Quanto al politically correct, Walter Veltroni può essere considerato, con qualche forzatura, uno dei riferimenti italiani di una cultura politica fondata sulla moderazione del linguaggio, sull’inclusione e sulla ricerca di parole capaci di non trasformare l’avversario in nemico. La cancel culture, invece, non ha mai trovato in Italia un vero maître à penser: abbiamo importato soprattutto polemiche nate altrove. Ma proprio qui comincia la parte politicamente più interessante.

Il socialismo possiede ciò che il woke non ha mai avuto

Mentre il ciclo woke sembra perdere forza, negli Stati Uniti torna in primo piano una parola che per decenni sembrava impronunciabile: socialismo. Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, Zohran Mamdani hanno riportato il socialismo democratico dentro la competizione politica americana. Non si tratta del socialismo europeo trasportato meccanicamente oltreoceano, ma di una cultura politica che mette al centro salari, sanità, istruzione, potere dei lavoratori, redistribuzione della ricchezza e democratizzazione dell’economia. Il socialismo possiede ciò che il woke non ha mai avuto: una teoria politica, una storia, un’idea dell’economia e soprattutto una concezione del rapporto tra libertà ed eguaglianza. In Europa quella storia è ancora più profonda: socialismo democratico e socialdemocrazia hanno costruito partiti di massa, organizzazioni sindacali, sistemi di Welfare e istituzioni che hanno trasformato materialmente la condizione delle classi lavoratrici e dei ceti medi. Per questo il dibattito italiano appare persino un po’ provinciale.

Conte e Renzi, scoprono il woke. Ma sono in ritardo

Conte e Renzi scoprono improvvisamente la necessità di regolare i conti con il woke quando negli Stati Uniti quella discussione è già entrata nella fase dell’autocritica. Schlein difende giustamente le battaglie contro le discriminazioni, ma il problema della sinistra non può ridursi alla scelta tra woke e anti-woke. La vera domanda è molto più antica e molto più concreta: chi rappresenta il lavoro, chi combatte le diseguaglianze, chi costruisce mobilità sociale e chi restituisce alla politica la capacità di cambiare la vita delle persone? Se il dibattito italiano resterà prigioniero delle mode culturali importate dagli Stati Uniti, continueremo a discutere delle parole degli altri. Se tornerà a misurarsi con socialismo, riforme, libertà ed eguaglianza, potremo finalmente ricominciare a parlare della politica nostra.