Esteri
Il tesoro atomico di Assad: intrighi all’ombra nel nuovo scacchiere siriano
Tra le distese aride dell’oriente siriano e la valle dell’Eufrate, la geografia della Siria racconta da decenni una storia fatta di stratificazioni militari e cospirazioni taciute. Nel settembre del 2007, l’aviazione israeliana rase al suolo l’impianto clandestino di Al-Kibar, nella provincia di Deir el-Zour. Si è trattato di un’altra applicazione della “Dottrina Begin”: la linea enunciata dal Premier Menachem Begin nel lontano 1981 e che da allora guida l’approccio alla sicurezza di Israele. Questa, semplicemente, vieta ai nemici giurati dello Stato di ottenere armi di distruzione di massa; ed Israele usa attacchi preventivi e veloci per distruggere tali armi prima che diventino reali minacce esistenziali per lo Stato ebraico.
Con il raid del 2007 fu stroncando sul nascere il programma atomico segreto intrapreso dal regime di Bashar al-Assad. Per quasi vent’anni, le macerie di quel reattore hanno custodito il mistero di una minaccia mai del tutto debellata, rimasta sepolta sotto il peso della guerra civile e delle successive trasformazioni geopolitiche dell’area. La svolta matura il 17 luglio 2026. A seguito degli sconvolgimenti politici che hanno ridisegnato la leadership di Damasco dopo la caduta del clan Assad, le nuove autorità siriane prendono una decisione inaspettata: inviare una lettera ufficiale all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica per dichiarare di propria iniziativa la presenza di materiale fissile stoccato in un sito mai rivelato in precedenza.
Lo stoccaggio a “Sito 99” e le tensioni con Israele
L’ispezione condotta dai tecnici guidati dal direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, conferma il ritrovamento di diverse tonnellate di concentrato d’uranio, il cosiddetto yellowcake, e di altri composti radioattivi riconducibili al programma dell’era Assad. Gran parte di questi materiali è rimasta per anni stivata in una struttura segreta, identificata dagli apparati di sicurezza con la sigla “Sito 99”. Si tratta di scorte che, pur non essendo idonee all’uso immediato, avrebbero potuto alimentare tentativi di arricchimento per arrivare a uranio 235 in concentrazione sufficiente per bombe nucleari, oppure, più semplicemente, per essere usate come ordigni radiologici che, pur non potendo creare una esplosione nucleare, possono rendere impraticabili vaste aree di territorio semplicemente disperdendo sostanze altamente radioattive.
Dietro la scelta di trasparenza rivendicata da Damasco si cela in realtà una trama di trattative e minacce tra le cancellerie regionali. Secondo le ricostruzioni concordanti filtrate dagli apparati di intelligence, Israele aveva intercettato movimenti sospetti attorno al perimetro del Sito 99. Temendo che le nuove autorità locali potessero appropriarsi dell’uranio con l’eventuale supporto della Turchia, l’amministrazione israeliana ha inviato un avviso perentorio a Washington: o il materiale radioattivo viene messo in sicurezza e rimosso, oppure l’aeronautica di Gerusalemme procederà ad applicare ancora una volta la Dottrina Begin.
Il braccio di ferro tra sovranità e bonifica
La mediazione USA ha permesso di disinnescare temporaneamente l’opzione militare, spingendo la Siria ad aprire i propri depositi agli ispettori di Vienna e ad accettare le garanzie dell’AIEA. Tuttavia, il confronto si trasferisce sulla gestione futura delle risorse recuperate.
Il ministro degli Esteri siriano, Asaad al-Shaibani, rivendica il diritto sovrano del Paese a mantenere la custodia del materiale sotto la supervisione dell’AIEA, proponendo di impiegarlo per lo sviluppo di un programma nucleare ad uso civile. Questa impostazione trova però la ferma opposizione di Israele e degli Stati Uniti, determinati a spingere per un’evacuazione completa delle scorte di uranio dal suolo siriano entro la fine dell’anno, così da cancellare definitivamente ogni eredità atomica del passato.
Gli scenari per la stabilità regionale
L’evoluzione della partita nucleare siriana si articola attorno a tre possibili prospettive.
La prima strada ipotizza l’estrazione concordata dell’uranio e il suo trasferimento all’estero sotto la regia dell’AIEA entro i prossimi mesi. Questo esito azzererebbe la minaccia alla radice, offrendo al nuovo governo siriano un canale di accreditamento e garanzie contro attacchi esterni.
La seconda ipotesi prevede il mantenimento del materiale a Damasco sotto i sigilli permanenti dell’ONU. Una soluzione di compromesso che appagherebbe le ambizioni di sovranità locali, ma che lascerebbe aperta l’ombra di escalation e, quindi, di raid preventivi.
La terza prospettiva, la più critica, prefigura il collasso delle trattative o la scoperta di ammanchi nei depositi. In tale eventualità, la rottura degli accordi riaprirebbe la strada alle azioni militari unilaterali, trascinando nuovamente la Siria al centro dell’instabilità regionale.
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