Il Veneto ha riaperto le scuole il 10 settembre con cattedre ancora da coprire: circa tremila posti scoperti nel Trevigiano e oltre cinquecento nel Bellunese, secondo la Cisl scuola, dove molti rinunciano alla nomina perché non trovano casa o non reggono gli affitti. Le classi aspettano i maestri, mentre si ripropone il problema di calibrare il numero degli alunni stranieri che vi siedono. Un “falso problema”, secondo Patrizio Del Prete, veronese, insegnante, a lungo sindacalista, oggi responsabile nazionale scuola del Partito Liberal Democratico.

Anche in Veneto si discute di quanti alunni stranieri mettere in una classe. Stando ai numeri non sembra un falso problema.
«Invece lo è. In Veneto abbiamo circa centomila allievi stranieri, ma tre quarti sono di fatto cittadini italiani: seconda e terza generazione, nati qui, che parlano perfettamente l’italiano e spesso anche il dialetto. In una mia classe ho dodici cognomi stranieri su quattordici: parlano italiano come gli altri».

Un problema di concentrazione, però, esiste, non ce lo possiamo nascondere. Lo dice il caso di Mestre.
«Esiste, e riguarda gli studenti di prima generazione, arrivati a percorso iniziato: hanno bisogno di allineamento didattico e linguistico. Ma la risposta non è il tetto, è l’insegnante. I docenti di italiano come lingua seconda, la classe di concorso A23, in tutta Italia sono circa mille. Nel Veronese i pochi che abbiamo finiscono nei centri per l’istruzione degli adulti, non nelle classi dei bambini. Nelle scuole l’italiano lo insegnano di fatto le onlus, come il Cestim. Se vuoi davvero l’integrazione, assumi gli A23. Lo stesso vale per il sostegno: in Veneto siamo circa tremila e si lavora quasi tutti in deroga, senza continuità, con il bambino che cambia insegnante ogni anno».

Il Comune di Venezia fa notare che spostare i bambini comporta dei costi e che i trasporti non può pagarli da solo
«Ha ragione. Le elementari e le medie sono scuole di prossimità, di quartiere. Se un bambino abita in un quartiere e lo mando dall’altra parte della città, dove la soglia non è superata, ci sono chilometri di distanza: lo scuolabus si paga, il Comune deve intervenire e alla fine il rischio è che parte del costo ricada sulla famiglia, magari quella con meno mezzi. E comunque non è così che si fa integrazione».

Fin qui i rilievi. Ma le proposte?
«Un cambiamento radicale del reclutamento: la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole, con i giusti contrappesi. Il datore di lavoro resta il ministero, il sindacato fa la tutela e non entra nel merito. Il dirigente conosce il fabbisogno reale: se arrivano bambini che non parlano italiano chiama l’insegnante senza aspettare mesi l’interpello. Serve però l’autonomia finanziaria delle scuole, altrimenti resta teoria. Il tetto, invece, ha il sapore di una boutade elettorale, sulla quale destra e sinistra si rincorrono. La scuola, come la sanità, andrebbe tenuta fuori da queste dinamiche».