Il diritto di scegliere la morte nasconde una nostra sconfitta
Il tramonto del patto della cura, l’uomo-famiglia sostituito progressivamente dallo Stato-caregiver e dalla tecnica che gestisce l’inizio e la fine
Gli studi sull’evoluzione umana indicano un punto di svolta decisivo: la civiltà non nasce quando l’uomo impara a costruire utensili o a controllare il fuoco, ma quando un gruppo di primati decide di non abbandonare più a sé stessi i feriti e i deboli. Da quel momento in poi la cura reciproca, la protezione dei più fragili e la trasmissione intergenerazionale del sapere diventano il fondamento di ciò che chiamiamo società. È su questo patto implicito (la famiglia come prima rete di sicurezza) che si sono costruite le civiltà. Oggi, soprattutto in molte democrazie occidentali, quel patto appare in crisi. E le “conquiste” di cui si discute con maggior orgoglio rischiano di mascherarne i sintomi.
Non c’è da esultare se in uno Stato americano, come hanno fatto di recente in Massachusetts sotto la esultante governatrice Maura Healey e il suo entourage, si elimina il limite gestazionale delle 24 settimane e si sostituiscono le eccezioni strette (vita o salute della donna, anomalie fetali letali) con il semplice “giudizio professionale del medico”. Si tratta di una liberalizzazione reale, che consente interruzioni anche a stadi molto avanzati, pur restando numericamente rare (intorno all’1% del totale). Non c’è da esultare se in paesi europei (soprattutto Islanda e Danimarca) lo screening prenatale quasi universale combinato con tassi di interruzione prossimi al 100% sui casi confermati di sindrome di Down ha reso di fatto quasi “Down-free” intere nazioni: non per imposizione statale, ma per scelta individuale quasi unanime. Non c’è da esultare se il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia si espandono come diritti consolidati in Olanda, Belgio, Canada, Spagna, e se anche in Italia si discute di testi come quello Zanettin-Zullo, pur restrittivo e lontano da un pieno riconoscimento del “diritto a morire”.
La persona che soffre in modo intollerabile, o che non vuole proseguire una gravidanza anche tardiva, o che rifiuta di mettere al mondo un figlio con disabilità, rivendica un controllo sulla propria vita che le generazioni precedenti non avevano. Si può obiettare, e con qualche ragione, che l’autonomia sul proprio corpo e sulla propria fine sia un progresso indipendente dalla demografia, e che il nesso causa-effetto sia più debole di quanto appaia. Eppure resta lecito chiedersi se queste conquiste non siano anche il segno di un fallimento più profondo: quello delle politiche sulla famiglia e sulla natalità. I dati sulla fecondità endogena dei paesi occidentali (quelli stessi che hanno legalizzato o stanno regolando il fine vita) sono impressionanti. In Italia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Canada la TFR nativa (Tasso di Fecondità che dovrebbe essere in media 2,1) si colloca stabilmente sotto 1,4-1,5 figli per donna (Italia intorno a 1,18-1,20, Spagna ancora più bassa). In molti di questi contesti le proiezioni demografiche indicano che una quota crescente di adulti, potenzialmente oltre il 25%, non avrà figli né, quindi, una rete familiare sufficiente a farsi carico degli anziani. Il tessuto che per millenni ha assistito genitori e nonni con affetto e continuità si sta assottigliando.
La modernità, che ha liberato l’individuo, ha prodotto al tempo stesso un individualismo atomizzato e un declino della solidarietà intergenerazionale. Le società a bassissima natalità tendono a diventare più tecnocratiche nella gestione della vita e della morte.
Quando la famiglia smette di essere il luogo primario della cura, lo Stato e il mercato intervengono. L’eutanasia e il suicidio assistito non sono chiesti solo da chi è solo; eppure la rarefazione delle reti familiari rende più “naturale” e meno scandalosa la soluzione tecnica, la rendono auspicabile in un futuro incerto di affetti. L’aumento dei costi dell’assistenza residenziale e domiciliare pubblica, in assenza di caregiver familiari, completa il quadro: l’“uscita dignitosa” diventa anche una risposta di sistema.
Il testo Zanettin-Zullo, con la sua impostazione restrittiva (esclusione del Servizio sanitario nazionale, enfasi sulle cure palliative, criteri stringenti derivati dalla sentenza della Consulta), cerca di contenere questa deriva. Ma il solo fatto che il Parlamento debba legiferare, e aggiungerei giustamente, su come agevolare la morte di chi soffre rivela quanto sia diventato fragile il patto originario della civiltà che l’ha resa così grande: quello che imponeva di non abbandonare i feriti. La modernità ha liberato l’individuo. Ha reso possibile scegliere se e quando generare, se e quando interrompere una vita, se e quando porre fine alle proprie sofferenze. Ha sconfitto molti dogmi. Ma ha anche esposto la debolezza di un modello sociale che ha smesso di investire sulla famiglia come infrastruttura primaria di sicurezza.
Se i numeri sulla natalità endogena non cambieranno, la “conquista” del diritto a una morte assistita rischia di apparire non come il trionfo dell’autonomia, ma come l’ammissione silenziosa di una sconfitta: quella dell’uomo-famiglia, sostituito progressivamente dallo Stato-caregiver e dalla tecnica che gestisce l’inizio e la fine. La civiltà nacque quando smettemmo di lasciare indietro i deboli. Oggi, in nome di diritti che pure sono fondamentali e reali, rischiamo di scoprire quanti deboli non avranno più nessuno che reputi sacra la loro vita anche nei momenti più difficili, dopo averli “selezionati” all’inizio e gestiti “tecnologicamente” alla fine.
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