La coerenza...
Ilaria Cucchi invoca l’articolo 68 contro i pm di Ravenna, ma nel 2016 metteva in bacheca il volto di un indagato (poi assolto…)
La senatrice Ilaria Cucchi ha ragione. Frugando nel telefono di un medico indagato per i certificati di inidoneità ai Cpr, la Procura di Ravenna ne ha estratto le conversazioni con due parlamentari, e così ha toccato l’articolo 68 della Costituzione. La Consulta lo ha chiarito con la sentenza n. 170 del 2023: la corrispondenza del parlamentare resta tale anche quando sta nel telefono altrui, e senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza non si acquisisce. Che l’estrazione sia stata «automatica», come assicura la Procura, è una consolazione tecnologica, non giuridica. La segretezza delle comunicazioni, del resto, non è un privilegio di casta ma un diritto di tutti.
Ha ragione, dunque. Colpisce solo la scoperta tardiva. Nel gennaio 2016 la stessa Cucchi pubblicò su Facebook la foto di un carabiniere, all’epoca semplicemente indagato, con parole inequivocabili: «Ecco chi ha ucciso mio fratello». Si chiamava Francesco Tedesco. Due anni dopo fu proprio lui a rompere il muro del silenzio e ad accusare i colleghi del pestaggio. La Corte d’assise lo ha assolto dall’omicidio e l’appello ha confermato. Il colpevole da bacheca era il testimone decisivo. Lei, a caldo, disse di non essersi pentita. Nessuno può chiedere misura a una sorella che per più di un decennio ha combattuto contro depistaggi veri, e quella battaglia le fa onore. A una senatrice, però, si può chiedere coerenza.
Beccaria lo scriveva nel 1764: «Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice». La regola vale per il carabiniere fotografato al mare come per il medico dei Cpr, e per la parlamentare come per l’indagato qualunque, che un articolo 68 cui appellarsi non ce l’ha. Il garantismo non è un tesserino da esibire quando ferma la pattuglia. O protegge tutti, o è soltanto un salvacondotto.
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