La prima reazione è “finalmente”. La seconda è una denuncia alla procura di Genova contro i pm fiorentini che lo stanno indagando da oltre due anni e nel fare questo avrebbero violato la Costituzione e commesso qualche abuso.
Finalmente dopo due anni e mezzo sarà un’aula di tribunale e un giudice a pronunciarsi su una vicenda che al momento è stata più politica che giudiziaria. Non si può dimenticare infatti che la Guardia di Finanza svegliò all’alba decine e decine di persone in ben undici città italiane neppure un mese dopo la scissione decisa da Renzi per dare vita ad Italia viva. Era settembre 2019. Non esiste la prova scientifica ma è chiaro che quell’inchiesta con tutto il fragore che ne seguì azzoppò sul nascere la nuova creatura politica renziana.

Comunque dopo 27 mesi di indagini e aver rigirato come calzini i conti correnti di politici – tra le undici richieste di rinvio a giudizio oltre a Renzi ci sono i deputati Lotti e Boschi – professionisti e privati, il 4 aprile inizia l’udienza preliminare. La procura di Firenze, l’aggiunto Luca Turco e il pm Antonino Nastasi, hanno chiesto il rinvio a giudizio per Matteo Renzi e altre dieci persone. Tra gli indagati per cui è stato chiesto il processo ci sono anche Maria Elena Boschi, Luca Lotti, l’ex presidente di Open Alberto Bianchi e l’imprenditore Marco Carrai. Al centro dell’inchiesta ci sono presunte irregolarità nei finanziamenti a Open, la fondazione che tra il 2012 e il 2018 ha sostenuto le iniziative politiche dell’ex premier che fino al 2018 è stato anche segretario del Pd e fino a fine 2016, per tre anni, presidente del Consiglio.

I reati contestati, a vario titolo, sono finanziamento illecito ai partiti, traffico di influenze, corruzione, emissione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio. Renzi, ritenuto dagli inquirenti il direttore di fatto della ex fondazione Open, è accusato di finanziamento illecito ai partiti in concorso con l’ex presidente di Open, avvocato Alberto Bianchi, e i componenti del cda, Marco Carrai, Luca Lotti, Maria Elena Boschi e l’imprenditore Patrizio Donnini. Lotti, Bianchi, Donnini e il costruttore Alfonso Toto dovranno difendersi anche dall’accusa di corruzione “impropria”: Lotti avrebbe ricevuto “utilità” (soldi) da Toto in cambio di un emendamento che però era un atto lecito, che, spiegano i legali, “avrebbe dovuto o potuto fare”. La procura di Firenze ha indagato su Open perché convinta che la Fondazione fosse l’articolazione della corrente renziana usata dal Pd, di cui Renzi era il segretario, “per fare arrivare soldi alle casse del partito in modo non rispettoso dei canali propri della legge sul finanziamento dei partiti”. Non solo: la Procura considera Open la “cassaforte renziana” che agevolò, grazie alle donazioni di amici ed estimatori, la scalata all’interno del Pd dell’allora sindaco di Firenze che ogni anno a novembre organizzava la convention della Leopolda.

Una tesi supportata anche da alcune illustri testimonianze, ad esempio l’ex segretario Bersani, che davanti ai pm fiorentini spiegò che “Renzi voleva scalare il partito anche grazie alla raccolta fondi”. Il dettaglio è che Renzi divenne segretario con milioni di voti ai gazebo delle primarie. Tutta questa storia ha prodotto fin dall’inizio e poi nel tempo una serie di nodi che devono andare a soluzione, in un modo o nell’altro, insieme all’eventuale processo. C’è il nodo giudiziario, un vero e proprio processo mediatico che ha in parte segato le gambe all’avventura di Italia viva e che comunque dovrà essere giudicato e risolto nelle sedi opportune, un’aula di giustizia davanti ai giudici. “Finalmente inizia il processo nelle aule e non solo sui media” ha commentato Renzi tramite una nota diffusa dal suo ufficio stampa.

C’è il nodo politico: può la magistratura, al netto delle ipotesi di accusa che però andrebbero verificate in un congruo lasso di tempo che non sono certo 27 mesi, condizionare la scelta politica di una comunità di persone? Questo nodo politico, a cui nessuna indagine potrà dare risposta o soddisfazione, ne produce un altro di tipo culturale: che democrazia è quella dove la magistratura, uno dei poteri dello stato, riesce ad incidere così pesantemente nel libero esercizio delle scelte individuali? È la stessa domanda che dobbiamo porre, pur in un contesto completamente diverso, rispetto al giudice di Napoli che ha nei fatti congelato Giuseppe Conte capo politico dei 5 Stelle. Come che sia, la richiesta di rinvio a giudizio ha prodotto un altro passo, questa volta penale, da parte dell’indagato Renzi. Ieri infatti il senatore ha a sua volta presentato denuncia alla procura di Genova competente sui magistrati toscani.

Renzi alza il dito a sua volta ipotizzando abusi vari, uno per tutti l’ingresso nella memoria del suo cellulare (e non solo il suo) per poi arrivare a tracciare il conto corrente bancario e tutto il resto che ne deriva. È come se attraverso l’inchiesta Open la Guardia di Finanza possa tuttora dopo anni osservare dal buco della serratura la vita di Matteo Renzi. Che per l’appunto però è un senatore, come Boschi e Lotti sono deputati, e per avere accesso ai loro supporti elettronici con o senza trojan i magistrati avrebbero dovuto chiedere l’autorizzazione alla Camera di competenza. Su questo aspetto della vicenda, Renzi ha coinvolto la Giunta per le autorizzazioni del Senato che ha ravvisato i profili di incostituzionalità nell’agire dei magistrati e ha deciso di sollevare il conflitto di attribuzione presso la Corte costituzionale. L’aula di palazzo Madama voterà nel mese di marzo, poco prima dell’avvio dell’udienza preliminare.
“I cittadini potranno adesso rendersi conto di quanto sia fragile la contestazione dell’accusa e di quanto siano scandalosi i metodi utilizzati dalla procura di Firenze” si legge nella nota dell’ufficio stampa del senatore Renzi.
Ieri intanto il leader di Iv ha firmato una formale denuncia penale nei confronti dei magistrati Creazzo, Turco, Nastasi per “violazione dell’articolo 68 Costituzione, della legge 140/2003 e dell’articolo 323 del codice penale (abuso di ufficio, ndr)”. “Io non ho commesso reati – ha chiosato Renzi – spero che i magistrati fiorentini possano in coscienza dire lo stesso”.

L’inchiesta Open è da sempre stata una faccenda anche politica. E nelle reazioni politiche di queste ore si misura anche un perimetro di potenziali alleanze su un tema delicato e divisivo come lo sono garantismo e giustizialismo che vanno ben oltre la destra e la sinistra. Non sfugge quindi che le prime reazioni di solidarietà sono arrivate da Coraggio Italia e da Azione potenziali azionisti del nuove fronte progressista che qualcuno vuole banalizzare nella definizione Centro. “Al leader di Italia Viva si può imputare un solo capo d’accusa: ama la politica e ama farla. Siccome non si può dire, allora si preferisce mascherare il tutto chiedendo il processo per lui, Maria Elena Boschi e Luca Lotti con l’accusa di finanziamento illecito” ha argomentato Osvaldo Napoli, ex fedelissimo di Berlusconi poi transitato in Coraggio Italia che aggiunge: “È semplicemente folle immaginare che un Tribunale possa decapitare un partito o, sulla base di accuse da provare, impedirne l’attività politica”.

Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione è convinto che l’inchiesta “finirà nel nulla perché non sta in piedi” e chiede che “venga subito approvata la proposta di legge per valutare, ai fini della progressione in carriera dei vari pm, i flop delle loro inchieste”. Persino Carlo Calenda, che per quanto debba molto politicamente a Renzi ultimamente non gli risparmia frecciate forse perché competono sulla stessa area di elettorato progressista e riformatore, dà solidarietà al suo ex Presidente del Consiglio. “Solidarietà” scrive su twitter il leader di Azione, “troppe inchieste sui politici finiscono nel nulla”. Giovanni Toti, fondatore di Coraggio Italia, va oltre la solidarietà. “Sono certo che ogni accusa sarà chiarita e che tutto questo non fermerà il lavoro di Renzi per il Paese”.

E poi Forza Italia, con Antonio Tajani: “Garantisti con tutti, Renzi innocente fino a sentenza definitiva”. E ci mancherebbe altro. Stupisce, o forse no, l’indifferenza del Pd. Si fa sentire solo il senatore Marcucci che augura “a tutti gli indagati del caso Open di dimostrare la loro innocenza. Il processo ci dirà quanto quell’inchiesta sia fondata”. Silenzio dal Nazareno. Da Fratelli d’Italia e dalla Lega. La solidarietà non è una bandiera. Il garantismo sì. E il garantismo può essere un valore primario di una nuova formazione politica.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.