Il caso di Trento
Incompatibilità tra magistrati e avvocati legati da rapporti familiari, la soluzione perfetta non esiste
“L’argomento è molto delicato e allo stesso tempo sottovalutato, quando invece sarebbe necessaria grande attenzione da parte di tutti per garantire che la terzietà e l’indipendenza siano assicurate anche sotto il profilo dell’apparenza”, sottolinea l’avvocato Pier Filippo Giuggioli, componente del Consiglio giudiziario della Corte d’Appello di Milano, a proposito delle “incompatibilità” tra magistrati e avvocati legati da rapporti familiari. Il tema è ciclicamente oggetto di dibattito al Consiglio superiore della magistratura.
L’ultimo caso è quello della neo procuratrice di Trento, Claudia Danelon, il cui marito esercita la professione di avvocato penalista a Brunico (Bz). Per superare ogni possibile criticità, era stata prodotta una dichiarazione con la quale quest’ultimo si impegnava a non trattare procedimenti penali davanti alla Procura di Trento né affari di competenza della locale Direzione antimafia. Una soluzione che dimostra quanto il problema sia reale e quanto il Csm sia costretto a costruire equilibri spesso alquanto complessi. Solo qualche mese prima, ad esempio, aveva fatto discutere la vicenda della presidenza del Tribunale di Bergamo. I consiglieri indipendenti Andrea Mirenda e Roberto Fontana avevano chiesto il rinvio della pratica, respinto, sostenendo che andava approfondito il rapporto tra Vito Di Vita, poi nominato a capo dell’ufficio, e lo studio legale bergamasco Di Vita-Lenzini, nel quale operavano diversi suoi familiari e che trattava cause civili davanti allo stesso Tribunale orobico. Mirenda aveva evidenziato lacune nella dichiarazione di incompatibilità e chiesto verifiche sulle pendenze dello studio, mentre Fontana aveva elencato centinaia di cause pendenti. Il problema, peraltro, cambia radicalmente a seconda delle dimensioni dell’ufficio giudiziario.
Nelle grandi realtà, come Milano o Roma, le possibili incompatibilità possono essere gestite con relativa facilità. Le Procure sono articolate in dipartimenti specializzati, mentre i Tribunali sono suddivisi in sezioni che trattano materie diverse tra loro. Il pubblico ministero che segue esclusivamente i reati economici difficilmente avrà rapporti con un avvocato che si occupa soltanto di responsabilità medica o di diritto di famiglia. Analogamente, un giudice della sezione lavoro non incrocerà mai un difensore impegnato esclusivamente nel settore penale.
La struttura dei grandi uffici consente, dunque, di “diluire” il rischio di sovrapposizioni e di prevenire conflitti d’interesse.
Il quadro cambia nei piccoli tribunali che rappresentano peraltro la maggioranza degli uffici giudiziari italiani e dove il pubblico ministero si occupa indistintamente di rapine, omicidi, bancarotte, truffe, violenze domestiche e di ogni altra tipologia di reato. Lo stesso vale per il giudice. Anche gli avvocati, inevitabilmente, seguono procedimenti di ogni genere. In queste realtà le occasioni di sovrapposizione sono più frequenti, facendo sorgere questioni di opportunità.
Le regole fissate negli anni dal Csm cercano di contemperare le diverse esigenze: il diritto del magistrato a non essere penalizzato nella carriera, quello dell’avvocato a esercitare liberamente la professione, e l’interesse pubblico all’imparzialità della giurisdizione. Un equilibrio difficilissimo, che spesso viene raggiunto attraverso impegni volontari, come nel caso di Trento, e dunque limitazioni all’attività professionale. La soluzione perfetta probabilmente non esiste. Quella teoricamente più semplice sarebbe che uno dei due coniugi, o in caso di figli quest’ultimi, svolgessero una professione diversa. Ma le dinamiche familiari, e soprattutto i sentimenti, non si programmano sulla base della geografia giudiziaria.
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