Esteri
Incubo sul Flydubai, terrorismo jihadista. Gli israeliani sventano un 11 settembre
Le immagini degli oltre 180 passeggeri del volo FlyDubai, partito da Dubai per Tel Aviv, che da soli sventano un attentato, riportano la memoria a quell’11 settembre 2001, quando altri eroi senza nome negli Usa, e in quel caso morendo, evitarono che anche la Casa Bianca venisse colpita. L’analogia con i fatti di allora termina qui.
Molti sono ancora i pezzi del puzzle da mettere insieme. A inizio giornata, si era parlato di un incidente dovuto a un’infelice convivenza in cabina di pilotaggio tra un capitano russo e il suo ufficiale in seconda ucraino. Poi il fatto accertato, ovvero il collasso di quota da oltre 15mila piedi. Con l’ovvio shock collettivo di chi viaggiava in cabina. Passata la paura iniziale, però, sono stati proprio i passeggeri ad assumere il controllo del velivolo. L’attentato è stato dichiarato ufficialmente fallito nel momento in cui l’aereo è atterrato – fortunosamente, pur con il timone danneggiato – a Tabuk, in Arabia Saudita. Tutti salvi. Tutti in vita. Anche il colpevole. Che poi si è scoperto essere un cittadino dell’Oman, in forze alla FlyDubai da circa un anno. Ma, visto che l’Oman non riconosce Israele, non avrebbe dovuto essere a bordo. Dalle ricostruzioni ancora in corso, l’uomo avrebbe aggredito il suo collega emiratino, per poi venire neutralizzato e sostituito da, in questo caso sì, un pilota e co-pilota rispettivamente russo e ucraino.
È stato un episodio isolato? Un lupo solitario che, con l’avvicinarsi del 7 ottobre, ha tentato di emulare i suoi carnefici-eroi di Hamas? Oppure era la punta di un iceberg? Un piano più articolato che prevedeva un attacco simultaneo alle infrastrutture israeliane? Com’è stato appunto in America un quarto di secolo fa, il jihadismo non si limita a dirottare un volo, ma a trasformare l’aereo sequestrato in un’arma di distruzione di massa. In entrambi i casi, la firma ideologica è iraniana. Come previsto più volte, il regime di Teheran è una belva ferita, ancora in grado di colpire in maniera chirurgica e, per certi aspetti, più pericolosa i nemici che hanno cercato di decapitarla. In questo caso, un proxy del regime non è soltanto una struttura organizzata com’è un gruppo terroristico (Hezbollah o Hamas), o una milizia (gli Houthi). Proxy è un qualunque perfetto sconosciuto che esegue un ordine distruttivo in nome dei Mullah.
La vicina coincidenza con il 7 ottobre fa riflettere. Soprattutto da un punto di vista geopolitico. Impegnato nel rientro dei passeggeri a casa, il governo israeliano si è subito detto pronto a sospendere i voli FlyDubai verso Israele e a valutare interventi militari preventivi oltre le aree dove già operano le Israel Defense Forces. Sono iniziative non prive di conseguenze. Sia dal punto di vista dell’immagine di Israele. Già vittima della gogna mediatica mondiale. D’altra parte, “primum vivere deinde philosophari”. Chi scrive non sa se ci sia un corrispondente nella Bibbia dell’adagio latino. Ma il senso resta. Sia in termini di tenuta economica. La rotta Tel Aviv-Dubai è il risultato più concreto degli Accordi di Abramo del 2020. Fino ad allora, per i cittadini israeliani non era né concesso sorvolare i cieli dell’Arabia Saudita, né atterrare in uno scalo del Golfo persico, per poi proseguire verso i mercati asiatici. È solo da sei anni che gli israeliani evitano di passare da Parigi o Francoforte, a titolo di esempio, quando si recano a Bangkok o Singapore.
E qui l’analisi dell’attentato ha un sapore strategico. L’attacco è stato orchestrato sì per suscitare terrore in Israele e farla ripiombare nell’incubo del pogrom di tre anni fa. Ma anche per soffocare i piani di pace e isolare ancora di più il Paese. Perfino a danno di Riad, Abu Dhabi e Dubai. “Dove altro al mondo esiste un popolo come questo, in cui i cittadini prendono il controllo con sangue freddo di un dirottatore armato a migliaia di metri di altezza mentre l’aereo è in picchiata, e salvano la vita di 180 persone?”, ha scritto su X l’ex primo ministro israeliano, e oggi in corsa al voto del 27 ottobre, Naftali Bennett. È un messaggio di unità nazionale. Cui deve seguire una risposta altrettanto efficace da parte del governo Netanyahu.
È vero che il volo non era El-Al. Per giunta, partiva da Dubai. La leggerezza nei controlli non è da attribuire a Israele, quindi. Ed è anche vero che tutto è finito per il meglio. Ma un episodio del genere, in vista del voto, deve imporre un’impennata nel livello di allerta. Nel Paese come altrove. «Rendo omaggio ai nostri eroi, che hanno dimostrato sangue freddo, prontezza di spirito e un coraggio straordinario», ha detto Netanyahu nel pomeriggio di ieri. «Ho dato istruzioni alle agenzie di sicurezza di prepararsi ad affrontare altre potenziali minacce». Israele: -26 giorni alle urne.
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