Parliamoci chiaro: le elezioni italiane del 2027 rappresentano un bivio esistenziale storico per la nostra politica. Non tanto per la levatura del dibattito tra gli schieramenti, mai così poveri di idee, personalità, capacità comunicativa e proposte concrete per il Paese; quanto per il contesto in cui si svolgeranno. Il ministro degli Esteri Tajani ieri ha scoperchiato il vaso di Pandora, già da tempo traboccante, parlando per la prima volta apertamente di “guerra ibrida russa contro l’Europa e rischio di interferenze elettorali nel nostro Paese”.

Da mesi il dibattito pubblico aveva, dopo tanta fatica, sdoganato l’esistenza e la pericolosità della cosiddetta guerra ibrida in corso contro di noi. Era servito l’alto intervento del Presidente della Repubblica Mattarella, segnato dalla convocazione di un Consiglio Supremo di difesa straordinario, per accendere i riflettori sui rischi vitali che il nostro apparato democratico corre in un contesto di conflitto asimmetrico in cui gli attori a noi più ostili, Mosca e Pechino, alimentano ogni giorno di più l’onda per soffocarci attraverso i nostri stessi mezzi.

L’informazione, nel XXI secolo, non è più un’appendice della politica estera, ma il suo campo di gioco principale. E l’apparato mediatico occidentale, difettoso ma pur sempre libero da vincoli di regime, rappresenta il terreno fertile per un perfetto inquinamento coordinato del nostro dibattito pubblico. La guerra ibrida è guerra aperta, non ammette ambiguità. Pensare di replicare con il formalismo del giurista ad attacchi concepiti per scardinare le fondamenta stesse della nostra civiltà è improponibile. La prima missione che ci aspetta è quella di difendere la libertà delle nostre elezioni. Non sono lontani, geograficamente e cronologicamente, gli esempi della Romania, della Moldavia, della Georgia, e di tutti quei Paesi che hanno visto il proprio circuito mediatico-politico deformarsi in prossimità dell’appuntamento elettorale sotto il vento soffiato da Mosca. Ritenersi immuni da tale bufera e negare la realtà della minaccia ibrida derubricandola a mere “ansie antirusse” (ministro Salvini) significa trasformarsi, più o meno consapevolmente, in vettori di guerra ibrida.

Dobbiamo fare un passo in più, come sistema mediatico e politico, tirando fuori la forza per affrontare la minaccia con i mezzi confacenti alla portata della sfida, simmetricamente. Che non vuol dire rispondere con la stessa moneta illiberale a Russia e Cina, “noi ateniesi non facciamo così” (semicit), ma conferire al sistema e alla popolazione gli strumenti per proteggere la sfera di libero arbitrio che ne guida le scelte politiche. Tajani questo passo lo ha solo accennato: la sua posizione sugli attacchi a Lipsia e sul pericolo interferenze è nobile, ma va concretizzata. Tirare il sasso e poi nascondere la mano per paura delle bizze di Salvini, Vannacci e delle filiali italiane della Pravda, sarebbe gravissimo.

“Alle parole di Tajani corrispondano i fatti”, dichiarano in una nota congiunta il senatore di Azione Marco Lombardo e Piercamillo Falasca, Promotore di Europeisti.eu. “La presa di posizione del capo della diplomazia italiana”, dichiarano Falasca e Lombardo, “è condivisibile e apprezzabile, ora la maggioranza ne tragga le conclusioni mettendo in campo gli strumenti idonei, come lo Scudo democratico”, proposta di legge depositata in Senato da Azione a maggio 2025. La cornice regolatoria è fondamentale, ma potrebbe non bastare a immunizzare un sistema già profondamente infetto.  Se non si trasmette la gravità della sfida alle persone che popolano il sistema informativo oggi trafitto dall’esterno, non c’è via d’uscita.

Da questa esigenza nasce la campagna di mobilitazione che Europeisti.eu presenterà il 7 novembre a Bologna. Obiettivo: disinnescare le bombe ibride che stanno piovendo sull’Italia all’approssimarsi del tornado elettorale del 2027, in cui in palio non c’è solo una maggioranza parlamentare, ma la tenuta democratica del Paese.