«L’assunto secondo il quale le sentenze non si discutono mi puzza di censura. La giustizia è dentro la Storia. E come tale può e deve essere ‘giudicata’. E nel caso specifico, mi trovo d’accordo col titolo dal forte impatto del suo giornale sulla condanna in primo grado di Nichi Vendola». A sostenerlo è Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, una “coscienza critica” della sinistra Professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni). Tra i suoi libri, ricordiamo: Fermare l’odio (Laterza); Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza); Il presente come storia; Europa gigante incatenato (Dedalo), La natura del potere (Laterza): La scopa di Don Abbondio. Il moto violento della storia (Laterza) e il recentissimo La metamorfosi (Editori Laterza), sulla storia del Pci nel centenario della sua fondazione. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in USA, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

«Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità. È come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l’ombra di una prova. Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali. Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata.» Così l’ex presidente della Puglia Nichi Vendola dopo la sentenza sull’Ilva di Taranto in cui è stato condannato. Professor Canfora il politically correct vuole che le sentenze non si commentino…
E perché non si dovrebbe? Un’affermazione del genere sa tanto di censura, che non è una cosa logica ma cosa autoritaria. Ma almeno loro censori permettano di comparare, confrontare le sentenze tra di loro. Ad esempio, la decisione del giudice che ha liberato prontamente i padroni, gestori della funivia dove sono morte 13 persone, mi fa tragicamente ridere metterla accanto alla sentenza in cui viene coinvolto il presidente della Regione Puglia. È un criterio che rassomiglia a quello per cui Moretti, amministratore delle Ferrovie, è stato condannato per il disastro di Viareggio. Va detto che quello della funivia non è ancora una sentenza, è un provvedimento, quello contro Moretti fu una sentenza, questa contro Vendola è appena di primo grado, e poi nel secondo e nel terzo sarà certamente vanificata. I giudici hanno voluto fare una operazione mediatica. Mi viene in mente un paragone un po’ ardito. Posso?

Certo che sì.
Chi sostiene che Vendola abbia contribuito consapevolmente al disastro ambientale, è come Alberto Sordi nel film Tutti a casa che vedendo i tedeschi che sparano sugli italiani, deduce «i tedeschi si sono alleati con gli americani». È una battuta geniale di un film memorabile. Con il “killeraggio” di Vendola torniamo al ribaltamento della realtà del grande Albertone nazionale. A questa sentenza reagisco con stupore leopardiano: «non so se il riso o la pietà prevale», celebre verso di Leopardi. Aggiungo alcune altre considerazioni. La prima, è che queste pene comminate, 22 anni, 20 anni, meno male che a Vendola “solo” 3 anni e 6 mesi, rassomigliano a quelle del Tribunale speciale che condannò Gramsci, Terracini e Scoccimarro che si beccarono, ciascuno dei tre, dai 20 ai 22 anni di galera. L’accusa era di insurrezione contro i poteri dello Stato e sovversione. Era il Tribunale speciale per la difesa dello Stato del regime fascista, appena divenuto tale, dopo le leggi eccezionali del novembre del 1926, e quella sentenza fu del giugno del ’28. Il paragone, il senso della misura, sono tutti fattori mentali che andrebbero chiamati in causa…

Altre considerazioni, professor Canfora?
Ce n’è una storica. Lei m’interroga in quanto abitante in Puglia e nato in Puglia. Siccome ho quasi ottant’anni, mi permetto di ricordare che uno dei grandi problemi agitati per decenni e decenni attorno alla questione meridionale, era perché il Meridione è arretrato, perché non ha le grandi fabbriche del Nord, perché non ha una classe operaia. Allora dobbiamo industrializzare il Sud. E quindi nacquero il porto di Gioia Tauro, l’Ilva di Taranto, la zona industriale di Bari… E così nacque una classe operaia, una modernità. Nessuno sta dicendo che l’inquinamento non esiste, per carità. Però il fatto che la Fiom abbia sempre difeso lo stabilimento Ilva perché altrimenti si tratta di buttare a mare migliaia e migliaia di lavoratori e le rispettive famiglie, non è un fatto trascurabile. Nella storia del Mezzogiorno l’industrializzazione, che allora non poteva che essere l’industria pesante, era un obiettivo alto e nobile, che improvvisamente questi signori si sono dimenticati. E quando dico questi signori non mi riferisco a coloro che hanno emesso questa sentenza. Mi riferisco alla corrente d’opinione, ai finti ambientalisti scatenati, alla volontà di colpire Vendola perché dà fastidio il fatto che sia sempre stato un uomo di sinistra così coerente. Tutte queste cose messe insieme. E poi uno si chiede: ma quella zona della Campania, la “Terra dei fuochi”, non la tocca nessuno? Si sono fatte intere campagne elettorali per risanare quella zona tremenda; tutti sanno che lì si sotterrano rifiuti tossici di ogni tipo. Quello non è un disastro ambientale, è un optional della Storia? Dinanzi a tutto questo viene il disgusto. Meno male che Vendola ha nervi saldi. Secondo me è serenamente persuaso che questa vicenda non finisce qui.

Una vicenda di questo genere, assieme a tante altre, non rappresenta un segnale d’allarme di una giustizia malata?
Questa è un’espressione troppo patetica. Siccome studio la Storia da tanti anni, e spero di poter continuare a farlo per altri ancora, so bene che un sereno giudizio sulla macchina della giustizia non può che portare a concludere che anch’essa è calata dentro la Storia. Non è un ente sovrastorico o extra umano o sovrannaturale, come talvolta viene presentata in maniera fanciullesca. La Giustizia è dentro la Storia. È un pezzo del farsi continuo della Storia. E come tale è evidentemente influenzata da impulsi, correnti di pensiero, pressioni esterne, convincimenti interiori di chi la pratica… Non è fuori del mondo. Il grandissimo Dante si elevò a giudice di tutti i suoi contemporanei da poco scomparsi, piazzandoli chi nell’inferno, chi nel purgatorio, qualcuno pure nel paradiso, per sua fortuna. E questo farsi giudice dette fastidio pure a Paolo VI quando lo commemorò nel 1965, nel settecentesimo della nascita. E disse grande, grandissimo – Dante fu messo all’indice per il libro sulla monarchia – però, aggiunse il Papa, ha un po’ usurpato il mestiere del Padreterno. Effettivamente c’è questo elemento in questo libro meraviglioso che è La Commedia. Ma nessun giudice in carne ed ossa può pensare di essere il Padre Dante o il Padreterno.

Per tornare alla vicenda dell’ex Ilva. La giustizia farà il suo corso, come si suol dire, resta però, e questo è un tema che investe la politica, il conflitto tra industrialismo e ambientalismo.
In precedenza ho ricordato una cosa che tutti dimenticano, e cioè che potenziare l’industrializzazione del Sud è stata per decenni e decenni la bandiera del meridionalismo progressista. Gli ambientalisti sono come dei bambini, privi di memoria storica. Loro vivono nel presente e tutto accade nel presente. I grandi passi in avanti di Paesi arretrati sono avvenuti attraverso l’industrializzazione o no? Direi di sì. Purtroppo si sono pagati dei prezzi. La Cina arretrata che era in mano alle potenze coloniali occidentali ha creato una struttura industriale che fa ormai intimidire anche gli americani, a prezzi pesanti, perché l’inquinamento in Cina è un problema. Chi ha la soluzione in tasca si faccia avanti. Ma la soluzione non è un bel praticello con sopra tanti fiorellini e noi che danziamo contenti e con la vispa Teresa stiamo ad inseguire farfalle. Questo mondo esiste per poeti bucolici che però non hanno mai fatto nulla di buono.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.