È uno degli ultimi “Grandi vecchi” della politica italiana. Grande, Rino Formica lo è per statura politica e non per anzianità acquisita. Dar conto di tutti gli incarichi di primo piano, di governo – ministro delle Finanze, dei Trasporti, del Commercio con l’estero, del Lavoro e della Previdenza sociale – e di partito, il Psi, che il senatore Formica ha ricoperto, prenderebbe tutto lo spazio di questa intervista. Uno spazio che lasciamo a una lezione di alta politica che il 93enne senatore ci regala.

Senatore Formica, quale idea si è fatto della diatriba interna al Movimento 5Stelle? È solo uno scontro personale tra Conte e Grillo?
Certamente c’è questo. Però non è soltanto uno scontro personale. È un momento in cui si decide della sopravvivenza del Movimento. I 5Stelle sono giunti a un loro punto di non ritorno. È fallita l’operazione di un Movimento maggioritario, dilagante, anti-sistema nel Paese. Un Movimento che potesse rovesciare anche attraverso le elezioni tradizionali il sistema politico del nostro Paese. Facendo leva su due elementi di fondo: una crisi dei partiti politici, cioè del sistema di rete della democrazia organizzata, eduna tendenza nel Paese anti partiti politici; una tendenza negativa, non più positiva, disperata, dove si è fatta strada anche la convinzione che siamo troppo deboli per poter risolvere i problemi che sono oramai globali ma siamo anche molto forti nella identità per essere assimilati nella globalità e diventare una forza trascurabile, indifferente e passiva. Questa tendenza di fondo, che ha incrociato crisi politiche, crisi economiche, crisi sociali, crisi di guide politiche, crisi di formazione di gruppi dirigenti, ha trovato uno sfogo in questo contenitore, il M5S, frutto dell’intelligenza negativa del defunto Gianroberto Casaleggio e dell’intelligenza vaporosa e teatrale di un uomo di comunicazione scenica, Beppe Grillo. Già la rottura di questa felice combinazione, dovuta alla scomparsa del personaggio che incarnava la dottrina e l’ideologia della negazione, Casaleggio, e l’aver lasciato la guida del Movimento a un uomo della finzione, Grillo, ha fatto sì che i 5Stelle, un movimento che era diventato una specie di grande contenitore di proteste individuali e di umori collettivi anti-sistema, si è trovasse di fronte a un problema…

Quale?
Governare una società complessa. L’aver avuto il successo elettorale è stato il loro cappio. Questo successo li ha obbligati a diventare una forza del rovesciamento, per essere coerenti con la loro impostazione, rivoluzionario del sistema. Per praticare questo obiettivo erano totalmente inadatti per attrezzatura culturale, per attrezzatura mentale, per organizzazione del Paese, e per tanti altri motivi. Hanno trovato, però, nelle istituzioni in crisi del Paese un aggancio.

E quale sarebbe questo aggancio?
Queste istituzioni in crisi, negli ultimi anni hanno sposato una illusione: quella di “istituzionalizzare” un Movimento negativo e farlo diventare positivo attraverso la esperienza di governo. È qui l’errore di fondo delle istituzioni in crisi. E sta qui la debolezza degli ultimi anni del settennato del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il quale, in perfetta buona fede, certamente, con intenti patriottici, democratici, si è illuso che attraverso l’esperienza diretta del governo di queste forze, anche con combinazioni diverse, potesse istituzionalizzarle e trasformarne dottrina, impostazione, umori profondi, personale politico. E compiere cosi il miracolo della loro istituzionalizzazione. Ma la loro istituzionalizzazione non poteva avvenire attraverso un processo miracoloso. L’illusione è stata non solo credere che il potere di governo non potesse essere imbrigliato nella diaspora se logora o non logora, ma addirittura l’accettazione dell’idea che il potere di governo di per sé rinnova.

A proposito di illusioni. Il Partito democratico ha puntato e sembra continuare su questa linea, su un’alleanza strategica, pur competitiva, con il M5s. Siamo all’errare humanum est etc…
Vede, il problema del Pd è un altro. Il Pd ha compiuto negli anni passati una fusione tra le forze dell’ex Democrazia cristiana di sinistra e dell’ex Pci. Questa fusione non è riuscita. Il mancato successo di questa operazione è dimostrato anche dalla serie di scissioni, che il Pd ha subito sia alla sua destra che alla sua sinistra. Sia da parte di coloro che ritenevano che l’operazione non era riuscita come dialogo della sinistra che guardava al centro, mentre a sinistra le scissioni sono state la constatazione dell’insuccesso di un centro che potesse guidare la sinistra in Italia. La contraddizione del Pd aveva creato una condizione di paralisi. Si sono illusi che la crisi esistenziale di un partito anti-sistema, il M5s, potesse diventare un elemento ricostituente di un fallimento politico proprio. Fare i conti con il proprio fallimento politico per superarlo, non poteva risolversi nell’incorporare il fallimento altrui. Oggi sconta anche questa situazione. Quello che io vedo di molto pericoloso e di molto rischioso, è che entriamo in una fase nella quale il Paese, nel semestre bianco della presidenza della Repubblica, si troverà a dover affrontare il tema, all’interno della crisi di sistema, di tutte quante le crisi particolari. Questo è il punto vero. Tenendo poi conto che noi saremo chiamati, come sistema-Paese, alla grande prova dell’utilizzo delle risorse europee, avendo di fronte un problema serio nei prossimi anni.

Di cosa si tratta, senatore Formica?
La presidenza della Repubblica, cioè dell’ultima guida istituzionale che può avere un compito di ricomposizione garantista della crisi di sistema del Paese. Un passaggio delicatissimo, cruciale, che dovrà essere compiuto da una platea impressionante…

Impressionante?
Certo che sì. Mi permetta di dare un consiglio al suo bravo direttore…

Faccia pure.
Dovete cominciare a fare una radiografia del seggio elettorale che eleggerà il presidente della Repubblica. Nel seggio elettorale di un migliaio di votanti, ci saranno 5-600 votanti che sono destinati a non vedere, nell’anno successivo, rinnovato il loro mandato. Sono matematicamente certi di non poter rientrare e quindi sono tutti quanti delle monadi impazzite. Io non dico che queste “monadi” saranno tutte al “borsino”, però certamente saranno tutti schiavi delle loro condizioni di dissesto umorale.

Per venire alla stretta attualità politica. Uno dei terreni di scontro riguarda il ddl Zan. C’è chi ha denunciato un’ingerenza del Vaticano, chi, dal versante cattolico, ha paventato un attacco alla libertà di pensiero. E sullo sfondo, le polemiche partitiche. Siamo a una parvenza di “guerra di religione” o cos’altro?
Se questo c’è, è a mio avviso molto marginale. Siamo invece di fronte ad un uso politico di questa problematica. Cioè a cogliere l’episodio, l’espediente, la questione come un elemento utile quando lo scontro non è più aperto, dichiarato e limpido, ma si trasforma in guerriglia. Siamo oramai a una guerriglia istituzionale. La crisi delle istituzioni porta una guerriglia istituzionale, dove ogni occasione di cecchinaggio, è ritenuta dai singoli soggetti come un’occasione utile, anzi essenziale, anche per la propria sopravvivenza. Dopo il 3 di agosto, ne avremo a centinaia di questi episodi.

Un altro terreno di scontro politico riguarda i referendum sulla giustizia promossi dai Radicali con il sostegno, in parte, della Lega. Apriti cielo! Ecco volare accuse di strumentalità politica rivolte a Salvini e l’affermazione per cui certe materie così delicate devono essere materia parlamentare e di governo. Lei come la vede?
In questo momento quei referendum sono essenziali. Lo sono perché mettono in moto una discussione generalizzata nel Paese di un tema che sembrava essere centrale ma morto. L’efficacia di questa iniziativa è testimoniata dal fatto che nel giro di due giorni sono state raccolte centomila firme, non era mai successo in passato. Vuol dire che nel Paese c’è un grande bisogno di discutere e di non trovare i canali giusti della discussione. Quindi i referendum sono non solo essenziali ma provvidenziali.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.