Questa fase che sancisce una tregua di 60 giorni non possiamo considerarla un momento di celebrazione. È semplicemente una pausa di una guerra calda in vista di un ritorno alla guerra fredda. Gli Usa sono stati costretti dai pasdaran a fare un passo indietro. Trump elude i nodi cruciali che erano alla base dell’innesco della guerra del 28 febbraio, con la questione nucleare al centro, con un accordo provvisorio con l’Iran che viene accolto con cautela e diffidenza anche dai Paesi del Golfo, mentre Hezbollah si congratula con Teheran. Dai commenti del vicepresidente Vance, sembra che l’obiettivo dell’amministrazione Trump non sia semplicemente negoziare un accordo nucleare con la Repubblica islamica, ma stipulare un grande patto per trasformare le relazioni tra Stati Uniti e Iran. “Nessuna amministrazione USA dal 1979 aveva raggiunto questo obiettivo”, ha sottolineato Vance.

Quella Usa è una strategia a bassa probabilità di successo e ad alta ricompensa per Teheran. Trump avrebbe detto ai pasdaran che se terranno aperto lo Stretto di Hormuz senza alcun vincolo, se interromperanno l’arricchimento dell’uranio per 20 anni e se porranno fine all’esportazione della loro rivoluzione, la Repubblica islamica guadagnerebbe centinaia di miliardi di dollari stipulando affari con gli Usa e i Paesi del Golfo. Non è un caso che il testo dell’MoU sia solo di una pagina e mezza. Perché tutte le questioni cruciali sono rimandate a un negoziato tutto da definire. Poche righe in contrasto con il testo di 159 pagine del JCPOA (Accordo congiunto sul programma nucleare iraniano) del 2015.  Possiamo parlare di “Memorandum dell’Incomprensione” tra Stati Uniti e Iran perché ha un significato differente per Washington e per Teheran. Per Trump l’Iran si sarebbe impegnato al ripristino dello Stretto di Hormuz come via d’acqua internazionale sicura; la Repubblica islamica rinuncerebbe al suo programma nucleare civile e militare per 20 anni, abbandonerebbe la sua ideologia rivoluzionaria – inclusa la sua opposizione agli Stati Uniti e a Israele e porrebbe fine al sostegno ai proxy regionali – in cambio di importanti investimenti da parte degli stessi paesi del Golfo che sono stati appena bersagliati da migliaia di missili e droni iraniani.

I vantaggi per l’Iran

Ma la Repubblica Islamica sostiene cose ben diverse e al momento per Teheran vi sarebbero solo vantaggi. Gli Stati Uniti avrebbero accettato di non imporre nuove sanzioni fino al raggiungimento di un accordo definitivo che è di là da venire. Gli Stati Uniti sospenderebbero le sanzioni petrolifere per un periodo specificato, consentendo a Teheran di vendere petrolio e di ricavare entrate. Washington consentirebbe lo sblocco di 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, anche tramite trasferimenti diretti di denaro, la cooperazione tra paesi regionali e aprirebbero al regime linee di credito finanziarie. Ma dalle dichiarazioni dei leader pasdaran emerge tutta un’altra realtà rispetto a quello rappresentata da Trump. Teheran fa intendere che rimarrà trincerata dietro le sue linee rosse; sostiene che dopo la tregua continuerà a controllare lo Stretto di Hormuz, che riceverà decine di miliardi di dollari in alleggerimento immediato delle sanzioni e dei beni scongelati; dichiara che non farà concessioni su missili, droni o proxy, ma offrirà soltanto una sospensione temporanea dell’arricchimento dell’uranio. La Repubblica islamica guadagnerebbe in questo modo il tempo necessario per ricostituire le sue strutture militari bombardate, comprese quelle nucleari. Nulla di realmente strutturale cambierà.

La seconda evoluzione del regime, ora comandano i pasdaran

L’attuale classe dirigente fa intendere che sarà ancora più intransigente di quella eliminata rispetto all’obiettivo strategico di trasformare l’Iran in una potenza nucleare. Infatti la dottrina della rivoluzione islamica fondata sulla visione khomeinista prescrive che la repubblica dovrà dotarsi della deterrenza nucleare. Oggi, più che mai, è convinta che la sopravvivenza del sistema di potere dipenda proprio dal possesso della bomba atomica. Si tratta del progetto fondativo di trasformazione della repubblica in una Corea del Nord mediorientale. Il regime è entrato nella seconda fase della sua evoluzione. I pasdaran si sono progressivamente emancipati dal controllo del clero e stanno trasformando il sistema in qualcosa di più simile a una dittatura militare, sul modello di quello pakistano. I mullah non sono scomparsi, ma il loro ruolo ora appare sempre più marginale. Oggi il vero centro del potere sono i guardiani della rivoluzione.