Per aiutarci a comprendere meglio i contorni e le conseguenze di quanto dovrebbe essere vidimato nel prossimo fine settimana elvetico abbiamo chiesto al professor Pejman Abdolmohammadi, politologo, esperto di relazioni internazionali sul Medioriente e profondo conoscitore dell’Iran e della sua storia, un parere su quanto sta accadendo e potrebbe avvenire nei prossimi giorni.

Professore, dopo mesi di conflitto sembrerebbe si sia arrivati a una svolta. Quali sono le sue impressioni generali sull’accordo che dovrebbe essere firmato venerdì prossimo?
«Penso che si stia andando verso una nuova fase del confronto tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica. Gli Stati Uniti applicano una strategia in che in questo momento vuole portare a una pressione forte che faciliti il crollo del regime dall’interno. Questo però lo stanno facendo provando a dare tempo 60 giorni all’ultima oligarchia militare economica rimasta al potere nella Repubblica islamica per vedere se si può costruire una situazione all’interno con la quale facilitare il crollo. Nelle modalità si sta passando a una nuova fase».

Ognuna delle parti rivendica essere uscito vincitore dal conflitto, qual è la verità?
«È chiaro, ognuno rivendica di essere uscito vincitore. Nei fatti possiamo dire che la Repubblica islamica esce molto indebolita ed è sopravvissuta fino ad ora grazie soprattutto al sostegno della superpotenza cinese. La Repubblica islamica esce fortemente indebolita sul piano militare e logistico e altrettanto indebolita sul piano del consenso. Come sappiamo, oltre l’85% della popolazione iraniana le è contraria. Tuttavia l’oligarchia cercherà di sopravvivere probabilmente sacrificando anche una parte degli ideali che le hanno dato vita».

Il vicepresidente Vance ha parlato ieri l’altro di 300 miliardi di dollari messi a disposizione degli ayatollah in un fondo per la ricostruzione del Paese. Affermazioni smentite da Donald Trump il giorno dopo a Evian. Marcia indietro reale o difetto di comunicazione tra il presidente e il suo vice?
«La questione del denaro è molto importante. Bisognerà capire se questo memorandum porterà allo scongelamento di liquidità immediata nei confronti della Repubblica islamica. Se ciò dovesse accadere, sarebbe un segnale di debolezza da parte di Washington. Ci si auspica comunque a condizione che si risolvano le partite dell’uranio, del sistema missilistico e del sostegno alle strutture terroristiche e non certo solamente della riapertura di Hormuz che non può essere definita una “concessione”. Soprattutto il punto dell’uranio deve essere rispettato. E poi la quarta condizione: la fine della repressione dei dissidenti in Iran».

È credibile che l’Iran rinunci al suo piano nucleare?
«Non credo che la Repubblica islamica rinunci strutturalmente al suo piano nucleare. È anche vero che, in virtù dell’estrema debolezza in cui si trova il regime, è probabile che non riesca a mantenere il potere in tutto il Paese e che nel medio periodo sia disposto a fare rinunce sulla questione del nucleare, sperando di poter resistere. L’uccisione della Guida suprema Khamenei è stata un colpo durissimo anche negli equilibri interni al regime. Khamenei era un mediatore tra le varie fazioni e oggi questo moderatore non c’è più. Quindi è molto probabile che una fazione, quella più forte, che sta dialogando adesso con Trump, miri a mantenere una sorta di controllo ed è quello che vogliono vedere gli americani».

Qual è l’impatto di questo accordo sulle opinioni pubbliche iraniane e israeliane? Quanto la dissidenza iraniana può sentirsi in preda allo sconforto dopo questo accordo tra Trump e gli ayatollah e quanto gli israeliani traditi da Trump?
«Penso che ci sia una affinità molto importante tra la società iraniana e la società israeliana. Oggi questa affinità è ancora più rafforzata, lo stiamo venendo anche nelle piazze nelle varie città del mondo. Sicuramente entrambe le società in buona parte ora si sentono tradite da questa decisione della Casa Bianca e hanno il timore di essere abbandonate dagli americani. Io invece come analista penso che faccia parte di una strategia mirata».

Come esce Israele, soprattutto Benjamin Netanyahu, da un accordo che sembrerebbe essere passato sulla sua testa e imposto da Donald Trump?
«Sicuramente il governo israeliano ha speso tantissime energie e credibilità sulla questione dell’Iran. Penso che molti iraniani si consolino sapendo che c’è ancora Israele con loro. Questa situazione potrebbe creare una difficoltà a Netanyahu anche a livello di politica interna. Sarà importante capire cosa prevederà esattamente il memorandum, capire se dovesse prevedere o meno che Israele debba fermarsi nel colpire Hezbollah, la cosa che sta facendo più male al regime in questo momento».

Il leader israeliano rivendica di aver messo in ginocchio l’economia iraniana e rimandato indietro la minaccia esistenziale di Israele e con essa il pericolo incombente. Quanto è realistica questa tesi?
«Sicuramente l’oligarchia militare iraniana è stata fortemente indebolita, quindi è disposta a mostrare anche un po’ di flessibilità della politica estera, ma non nella politica interna. La società iraniana chiaramente rischia di rimanere di nuovo sola e questo non dobbiamo permetterlo. Purtroppo l’Europa in buona parte, non tutta, ha fatto vedere di essere più vicine alla classe dirigente iraniana, piuttosto che al popolo. Tuttavia, un ruolo più attivo dell’Europa e delle organizzazioni internazionali potrebbe aiutare a mantenere la pressione. Gli iraniani oggi sono una nazione con uno spirito forte. Secondo me si realizzeranno libertà e democrazia. L’Iran è un leone che si è svegliato e nessuno riuscirà a fermarlo. Israele e Stati Uniti sono stati e solo tuttora gli alleati principali di questa società e lo sono ancora, L’impegno di facilitare il popolo nel poter riprendersi il potere è anche un interesse strategico di Washington e di Gerusalemme».