Esteri
Iran, scatta la nuova stretta di Trump: sanzioni su tech, oro, trasporti e asset digitali. E Pechino si interroga sul futuro
Tecnologia, asset digitali, oro, trasporti marittimi e aviazione. Sono questi i cinque settori su cui gli Stati Uniti hanno deciso di concentrarsi per la prima ondata di sanzioni contro l’Iran. Una strategia che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito di “asfissia economica”. Ed è proprio questo l’obiettivo dell’operazione “Economic Outcast”: isolare Teheran nei suoi “cinque gangli vitali”. Bessent ha chiarito che il cosiddetto “D-Day economico” inizierà entro pochi giorni. “Qualsiasi entità che faciliti il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà rimossa dal sistema del dollaro americano” ha avvertito, “ogni Paese coinvolto ha una tempistica per chiudere i contatti, e se non agiscono loro lo faremo noi unilateralmente”.
La prima serie di provvedimenti includerà circa 60 entità tra banche e soggetti che attraverso triangolazioni in vari Paesi permettono alla Repubblica islamica di ottenere flussi di denaro e tecnologie legate ai settori militari e a quello nucleare. L’idea di Donald Trump è di uno “strangolamento” che costringa l’Iran a un accordo a condizioni meno favorevoli rispetto a quelle richieste dalla sua leadership. Sul social Truth, il presidente Usa ha scritto che il regime di Teheran “sta collassando” e che “la fallimentare Repubblica Islamica dell’Iran non sta pagando ampie fasce delle proprie forze armate, mentre allo stesso tempo uccide manifestanti, anche quando non stanno protestando, a livelli mai visti prima”. “È una crisi umanitaria di proporzioni epiche e deve essere fermata, ora” ha tuonato il tycoon. Il ministro dell’Economia iraniano Ali Madanizadeh ha affermato che il Paese è pronto alle sanzioni e avvertito che “i nemici devono attendersi un attacco”.
Il portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebbi, ha minacciato di colpire gli interessi “vitali” Usa nella regione. Ma mentre Washington ha aumentato la sua stretta contro i Guardiani della Rivoluzione offrendo fino a 10 milioni di dollari e il trasferimento in un luogo sicuro per chi fornisce informazioni sui loro vertici, a partire dal comandante Ahmad Vahidi, la diplomazia sembra offrire timidi spiragli. Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, e il ministro dell’Interno Mohsin Navqi sono stati a Teheran e da Islamabad hanno parlato di “progressi significativi”. Secondo l’emittente Al-Arabiya, Munir ha trasmesso all’Iran un messaggio di Washington con la proposta di porre fine al blocco navale e di fermare le sanzioni in cambio dell’apertura dello Stretto di Hormuz e della fine di tutti gli attacchi da parte dei gruppi filoiraniani. Un tema, questo, particolarmente caro per l’Arabia Saudita, alle prese con gli Houthi dello Yemen.
Ma la speranza di Trump che la minaccia del “D-Day economico” ammorbidisca le posizioni negoziali iraniane poggia su un’incognita: il ruolo della Cina. Pechino “adotterà tutte le misure necessarie per difendere fermamente i propri diritti e interessi”, ha avvertito il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian. E non è un mistero che tutto dipenderà dal modo in cui il gigante asiatico reagirà alle misure americane, dal momento che Pechino resta il principale partner commerciale dell’Iran. Come ha spiegato il New York Times, l’80% del petrolio esportato da Teheran nel 2025 è stato acquistato dal Dragone che, a differenza delle aspettative di Trump, non ha subito alcuno shock energetico con la chiusura di Hormuz grazie all’aumento degli acquisti prima della crisi e alla diversificazione delle fonti. Tra un mese è previsto l’arrivo del presidente Xi Jinping a Washington. E l’impressione è che Trump, che si prepara a una nuova serie di dazi contro Pechino, non voglia rovinare la visita del leader cinese e aprire una nuova guerra commerciale che passa anche dal destino dell’Iran.
© Riproduzione riservata






