Finora quell’estrema destra, fatta di populismo, sionismo spinto ed esponenti ultrareligiosi ha fatto da contrafforte alla coalizione guidata da Bibi Netanyahu. Itamar Ben Gvir, con il suo Otzma Yehudit, e il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich sono tornati comodi al premier, per il messaggio trasmesso, e utili per i voti alla Knesset. Oggi, a due mesi meno tre giorni dal voto, proprio questa stessa radicalità può ritorcersi contro l’intera coalizione.

Il numero magico è 61. Ovvero la maggioranza assoluta per avere in pugno il Parlamento a Gerusalemme e così governare. Un 61 che resterà una chimera fino al 28 mattina, su cui Nostradamus e allibratori stanno scommettendo ogni giorno. Secondo il Times of Israel, Otzma Yehudit e Sionismo religioso, se oggi andassero insieme al voto, prenderebbero 8 seggi. Separati Ben-Gvir ne avrebbe 6, mentre Smotrich resterebbe fuori dalla Knesset. Nel 2022, i due partiti, per ordine di Netanyahu, si erano presentati uniti, riuscendo a entrare in Parlamento e nel governo. Quello che era passato come “l’accordo di Cesarea” – siglato a “casa Netanyahu”, a Cesarea appunto – si sarebbe dissolto appena dopo la fiducia. A loro volta, il partito di Ofra Winter – new entry nell’arcipelago della destra israeliana – avrebbe 6 seggi, 9 lo Shas (ultraortodossi sefarditi), 8 gli haredi ashkenaziti di United Torah Judaism.

Per l’opposizione, invece, Eisenkot – figura di punta per chi parla di un’Israele che “deve cambiare” – sarebbe in testa con 26 seggi (contro i 22 del Likud), la formazione di Naftali Bennett e Yair Lapid ne avrebbe 14, Yisrael Beitenu di Avigdor Liberman 10, infine 8 seggi per i Democratici di Yair Golan. Ai partiti arabo-israeliani andrebbero 11 seggi, 5 a Ra’am e 6 alla Lista Unita. Resterebbero fuori, oltre a Smotrich, anche Blu e Bianco di Benny Gantz, e il nuovo partito di destra di Gilad Erdan e Yuli Edelstein, così come la formazione di Yoaz Hendel e Chili Tropper. «Non trascinate in basso la destra», ha detto Netanyahu, evocando lo «spettro delle elezioni del 1992 quando la destra, come oggi, aveva più voti della sinistra, ma poiché era formata da tre partiti, non superammo la soglia elettorale, perdemmo e ci fu il disastro di Oslo». Ben Gvir ha detto picche, però. «Otzma Yehudit e il partito Sionismo Religioso non correranno insieme. La decisione è definitiva».

Il Ministro della sicurezza nazionale ha invitato poi il premier «a promuovere o un’unificazione di tutti i frammenti dei piccoli partiti, oppure utilizzare i seggi a lui nelle primarie del Likud a favore di Smotrich, per assicurare la vittoria della destra alle elezioni e la formazione di un vero governo di destra». Nel confronto con Winter e Smotrich, Ben Gvir è quello che si sente più forte. D’altra parte tutto il populismo è uguale in tutto il mondo. Non è detto che il consenso ottenuto dalle bordate su media e social si traduca in voti reali. Ben Gvir può esserne consapevole. Ma preferisce tenere tesa la corda finché è possibile. Con il rischio che a pagarne sia l’intera coalizione.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).