Mossa a sorpresa quella della Corte suprema israeliana, che ieri ha dato l’ok a tutti i partiti arabi alle elezioni del 27 ottobre. Una scelta che ribalta quella della Commissione elettorale e che incapsula la democrazia israeliana contro qualsiasi attacco di censura politica. Lo sottolinea con orgoglio il console di Israele in Italia, Marco Carrai. «A Roma si protesta con le bandiere di Hamas, Iran ed Hezbollah davanti al Parlamento contro la legge contro l’antisemitismo, manca la bandiera con la svastica e poi siamo al completo, mentre in Israele la Corte Suprema ammette i partiti arabi alle prossime elezioni. Sta tutta qui la differenza tra i terroristi con i loro fiancheggiatori e una democrazia».

Al voto gli elettori arabi israeliani potranno quindi scegliere per Ra’am e per la Lista Comune, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad. Una decisione destinata a incidere non soltanto sulla rappresentanza della minoranza araba, ma sugli interi equilibri della prossima Knesset. A oggi i sondaggi danno ai partiti arabi fra 13 e 14 dei 120 seggi. Né il blocco che sostiene Benjamin Netanyahu né quello di opposizione hanno i numeri per arrivare alla maggioranza assoluta di 61 seggi. I nove giudici della Corte hanno stabilito che gli elementi presentati contro Ra’am e Lista Comune non erano sufficienti per lasciare fuori una formazione politica dalla competizione elettorale. La Basic Law sulla Knesset consente infatti l’esclusione di una lista o di un candidato qualora neghi Israele come Stato ebraico e democratico, inciti al razzismo o sostenga la lotta armata di uno Stato nemico o di un’organizzazione terroristica. Da sempre la magistratura ha interpretato in maniera restrittiva questi limiti.

Non è andata così per Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, che però ha ritirato la propria candidatura piuttosto che essere formalmente escluso. In un articolo pubblicato dopo il 7 ottobre 2023, Abu Shehadeh aveva definito l’attacco di Hamas un «importante evento storico», salvo poi negare qualsiasi sostegno al gruppo terroristico e condannare il pogrom di tre anni fa. Paradossalmente, l’ok della Corte suprema suggella il caos che aleggia sulla campagna elettorale in corso. Gli arabi israeliani, circa un milione di elettori, rappresentano un quinto della popolazione del Paese. La loro partecipazione alle urne è di solito bassa e frammentata. Questa volta potrebbe andare diversamente. E troveranno due offerte politiche molto diverse. La prima è Ra’am, guidata da Mansour Abbas, formazione islamica conservatrice sul piano sociale e pragmatica sul terreno politico. È il partito arabo che nel 2021 è entrato nella maggioranza Bennett-Lapid. Primo caso nella storia del Paese. Abbas ha condannato il 7 ottobre, ha chiesto alle fazioni palestinesi di deporre le armi e ora sostiene la soluzione “due popoli, due Stati”.

Più articolata è la Lista Comune. Hadash, di matrice comunista e arabo-ebraica, insiste sull’uguaglianza civile, sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele. Ta’al, guidata da Ahmad Tibi, mantiene una forte identità palestinese, ma un’impostazione pragmatica nella partecipazione alle istituzioni israeliane. Balad è invece la componente nazionalista palestinese più marcata. Rivendica la trasformazione di Israele in uno “Stato di tutti i suoi cittadini”, superando la definizione esclusivamente nazionale ebraica dello Stato. Tutte e tre sostengono il riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi e contestano duramente la politica israeliana nei Territori.

La fotografia dei sondaggi conferma quanto il loro peso possa diventare rilevante. La scorsa settimana Channel 13 dava 52 seggi al blocco anti-Netanyahu, 51 a quello pro-Netanyahu, 13 ai partiti arabi e quattro alla lista Hendel-Zelekha. Mercoledì, una nuova rilevazione della stessa emittente attribuiva invece nove seggi alla Lista Comune e cinque a Ra’am. È tutto in divenire. Non soltanto in termini di numeri, ma anche rispetto alla possibile partecipazione di queste componenti alla costruzione della prossima maggioranza. Ra’am ha già dimostrato di poterlo fare. Nella Lista Comune le resistenze sono più forti. Sul tappeto ci sono anche le opzioni del sostegno esterno, dell’astensione o dell’appoggio ad hoc su singoli provvedimenti. Alla frammentazione dei partiti e al rischio di ingovernabilità, Israele contrappone un’opinione pubblica con le idee chiare. Sicurezza prima di tutto. Chiunque sarà il premier dovrà partire da lì.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).