TEL AVIV – In un contesto regionale molto difficile come quello medio-orientale, nel quale ogni toppa messa da una parte apre una falla dall’altra, e dove gli accordi, le intese e i trattati sembrano fatti apposta per poi essere disattesi, l’Arabia Saudita, la Turchia e il Pakistan hanno fatto il loro accordo di sicurezza reciproca, in cui la pericolosissima potenza atomica pakistana – con alle spalle la Cina – comincia a minacciare pesantemente Israele, definendolo Stato illegittimo, indipendentemente da chi lo governi.

Anche le trattative tra Israele e Libano segnano uno stop momentaneo, probabilmente dovuto alle infiltrazioni di Hezbollah all’interno delle aree pilota, dove l’Idf ha ceduto il controllo a favore dell’esercito regolare libanese, luoghi in cui Hezbollah non avrebbe dovuto rientrare. Il piano Trump in quindici punti per Gaza è stato temporaneamente e ufficialmente rifiutato da Netanyahu, a causa del palese e annunciato rifiuto di Hamas a disarmarsi e a consegnare le armi. C’è anche il rifiuto da parte di Israele che questa operazione venga comunque condotta e supervisionata dal Qatar e dalla Turchia, i due Paesi che più di altri strizzano l’occhio ad Hamas. Un rifiuto che, se non fosse lo Stato ebraico coinvolto, ma un qualsiasi altro Paese, sarebbe considerato più che ragionevole. Nessuno consegnerebbe il suo futuro a Stati de facto nemici.

Il diniego perentorio in un intervento pubblico televisivo di Netanyahu, nel quale, oltre a rifiutare il piano Trump, ha anche dichiarato che finché ci sarà lui come premier, uno Stato palestinese non ci sarà mai, ha in realtà sfondato una porta già aperta, perché questa è un’opinione sulla quale sono quasi tutti d’accordo a destra e a sinistra. È stata sicuramente un’enfatizzazione retorica quella di Bibi, a due mesi e mezzo dalle elezioni, per serrare le fila in un momento politico molto delicato per la coalizione di maggioranza, ma che in realtà non aggiunge nulla di nuovo sul piatto politico interno israeliano. Nella realtà dei fatti, e non nella falsa speculazione occidentale pro-Pal, Israele ha già approvato la costruzione di abitazioni temporanee nella Striscia di Gaza, nei pressi di Rafah, ed è favorevole a un ritiro, ma a patto che Hamas compia il passo decisivo, che non farà mai, come si è capito fin dall’inizio, perché significherebbe il proprio suicidio politico. Hamas esiste fino a quando si legittima con le armi, e la sua non disponibilità al disarmo era stata chiara già dall’ottobre 2025 con il primo piano di pace in venti punti, con il conseguente cessate il fuoco.

Israele contesta non il piano di pace complessivo, ma l’aggiornamento in quindici punti che delinea i dettagli e le fasi dell’improbabile disarmo di Hamas e del ritiro israeliano. Non bisogna fare confusione: Israele rifiuta le tempistiche per il ritiro delle truppe dell’Idf rispetto alla consegna delle armi dell’organizzazione terroristica. Il punto centrale della questione, quindi, non è la volontà israeliana di mantenere indefinitamente la propria presenza a Gaza, ma la garanzia che un eventuale ritiro non lasci nuovamente campo libero ad Hamas e alle sue strutture militari.

Israele non ha alcuna pretesa territoriale su Gaza, come troppi analisti dichiarano, ma pretende giustamente che da un accordo politico generale, appunto i venti punti dell’ottobre del 2025, si passi a una roadmap operativa che garantisca la sicurezza sul campo. Condizione molto difficile da accettare da chi firma accordi con lo scopo di tradirli al momento opportuno. Il 7 ottobre non può più ripetersi.