Sono l’Iran e la Turchia a fornire la più valida motivazione del rifiuto di Bibi Netanyahu a ritirare, del tutto o in parte, i soldati israeliani da Gaza. Giorni fa gli inviati Onu, Nikolay Mladenov e Arie Latieston, rappresentanti anche del Board of Peace, si erano visti rispedire al mittente la loro richiesta di smobilitare le Idf dalla Striscia. In cambio Hamas avrebbe dovuto consegnare il suo arsenale, pesante e leggero, nonché liberare i tunnel.

Ora, non solo il gruppo terroristico aveva rifiutato la proposta, ma alla sua intransigenza – prevedibile, se vogliamo – aveva fatto seguito il rinnovato sostegno dell’Iran. Come a dire: nella guerra senza quartiere contro Israele, non è cambiato nulla. Il regime teocratico e tentacolare di Teheran pretende di avere ancora il pieno controllo dei suoi alleati sparsi tra Libano, Striscia e Mar Rosso. Almeno è quanto vuole far credere. In una nuova fase di stallo del conflitto con Washington, i Pasdaran hanno bisogno di chiamare all’appello tutti quelli che sono stati ai loro ordini in questi anni. È una doppia funzione, questa, di minaccia al nemico, ma anche di richiamo all’ordine per chiunque dei proxy abbia intenzione di agire in autonomia o, peggio ancora, rimettersi nelle mani di altre potenze regionali interessate a intervenire nel conflitto. Non è il caso di Hezbollah. E tanto meno degli Houthi. Il fronte sciita tiene ancora. Diversa è la situazione a Gaza.

Già questo basterebbe per capire le ragioni di Israele a non accettare qualsiasi pressione a un cessate il fuoco. Sia quelle che giungono dal sempre più screditato Board of peace, sia quelle legate ai negoziati per Hormuz. In entrambi i casi, è evidente che il governo Netanyahu stia cercando di svincolarsi da due iniziative trumpiane che non vanno da nessuna parte. Il Paese sta entrando in campagna elettorale. L’esecutivo uscente deve iniziare a valorizzare i successi ottenuti e tentare di risolvere le questioni aperte. Nel più breve tempo possibile e al netto dell’operato dell’alleato americano.

A questo scenario già abbastanza intricato, si aggiunge la variabile indipendente della Turchia. Secondo la stampa israeliana, Hamas si starebbe preparando a trasferire molte delle sue attività dal Qatar alla Turchia. Il canale Tv Kan ha detto che l’organizzazione palestinese intende mettersi sotto le ali protettive di Ankara, per quanto riguarda le sue attività operative segrete. Tuttavia manterrà gran parte delle sue attività pubbliche in Qatar. Una decisione presa in parte dopo che Doha aveva espresso insoddisfazione per la scelta di Hamas di eleggere Khalil al-Hayya come suo nuovo leader. È Erdoğan quindi il convitato di pietra che ha portato Teheran a ribadire il suo sostegno ad Hamas. Il sultano si sta facendo spazio sfruttando le debolezze altrui. E magari l’ingenuità dell’Occidente che insiste a considerarlo come “uno dei nostri”. Israele sta intuendo prima di chiunque altro le mosse di Ankara.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).