Le Ragioni di Israele
Itai Green: “Israele hub di innovazione globale Può essere la guida per le Pmi italiane”
«Israele è anche questo». È schietto Itai Green nel definire il suo Paese. «Viviamo in un costante stato di allerta. Siamo accusati di tutto. Ma il nostro Paese è parte di questo mondo e ci teniamo a farlo sapere», aggiunge il fondatore e Ceo di “Innovate Israel”, piattaforma che collega startup, grandi aziende, investitori e istituzioni.
Da dove nasce lo spirito all’innovazione proprio del sistema produttivo israeliano?
«Dalla necessità. Dal fatto di essere una nazione senza risorse naturali abbondanti e isolata geograficamente. Israele ha dovuto trasformare il suo capitale intellettuale nel suo principale asset economico. Questa cultura è rafforzata da un sistema educativo che incoraggia il pensiero critico e dal servizio militare, che insegna a risolvere problemi complessi con risorse limitate in tempi rapidissimi».
Come fa un Paese più piccolo della Lombardia ad avere un peso così strategico su più filiere?
«La dimensione fisica è irrilevante nell’economia basata sulla conoscenza. Israele agisce come un hub di innovazione globale concentrandosi su tecnologie di frontiera. Non competiamo sulla massa produttiva, ma sulla capacità di fornire i componenti tecnologici essenziali su cui poggia l’intera industria mondiale».
Quali sono le filiere che davvero avranno ragione di esistere nell’industria del domani? E come bisogna trasformarsi per continuare a tenere il mercato?
«Sopravviveranno le filiere che integrano la sostenibilità con la digitalizzazione avanzata. Per rimanere competitivi, le aziende devono trasformarsi in piattaforme aperte, adottando modelli di “Open Innovation”, che permettano una contaminazione costante con startup e centri di ricerca. L’industria del domani è fatta di connessioni, non di compartimenti stagni».
Quali sono i limiti che oggi sta vivendo Israele, a causa della guerra, dei pregiudizi e del clima di antisemitismo?
«L’instabilità geopolitica crea indubbiamente incertezza per gli investitori internazionali e ostacola la collaborazione accademica. Tuttavia, il Paese ha dimostrato di saper adattarsi, continuando a produrre tecnologia critica. Il vero rischio è l’isolamento culturale, che combattiamo mantenendo aperti i canali di dialogo professionale nonostante il clima ostile».
Dal Covid in poi, abbiamo visto che il punto debole della globalizzazione è la tenuta delle catene di fornitura. Come detto, Israele è un Paese privo di materie prime: come si sopravvive a queste emergenze cicliche?
«Sopravviviamo puntando sull’agilità e sulla diversificazione tecnologica. Invece di dipendere da catene di approvvigionamento fisiche tradizionali, ci concentriamo sull’esportazione di Ip e software. Quando le rotte fisiche vengono interrotte, il valore digitale continua a circolare».
Innovazione, estinzione, resilienza. Cosa si deve fare perché questi concetti abbiano concretezza e non si riducano a slogan?
«La concretezza nasce dai Kpi. L’innovazione deve tradursi in ricavi e produttività, non solo in hype. Per evitare l’eliminazione, le aziende devono avere il coraggio di ripensare e rimodellare i propri prodotti prima che lo faccia il mercato. La resilienza non è resistere al cambiamento, ma costruire sistemi così flessibili da prosperare grazie al cambiamento stesso».
Innovazione significa IA, oppure anche altro?
«L’IA è solo l’ultimo catalizzatore. L’innovazione vera riguarda il cambiamento dei modelli di business e la capacità di integrare diverse tecnologie dirompenti, adattandosi al contempo alla situazione attuale. L’IA accelera il processo, apre nuove porte e crea opportunità, ma il valore risiede sempre nell’ingegno umano applicato alla risoluzione di problemi reali, con la collaborazione come metodo migliore per realizzarlo».
L’Europa ha bisogno di più startup o di più grandi aziende tecnologiche?
«L’Europa ha bisogno di un ponte tra le due. Le startup portano velocità e nuovi modi di pensare, mentre le grandi aziende portano scala e risorse. Senza un ecosistema che permetta alle startup di crescere o di collaborare strettamente con le grandi aziende europee senza essere soffocate dalla burocrazia, il gap competitivo resterà invariato. La collaborazione è la chiave del successo».
L’Italia è un Paese di Pmi, familiari e forti nel manifatturiero. Cosa può insegnare Israele?
«L’Italia potrebbe guardare all’esempio israeliano per quanto riguarda l’internazionalizzazione della R&S. Israele può insegnare alle Pmi italiane a pensare globale dal primo giorno, utilizzando partner tecnologici per digitalizzare i processi tradizionali senza perdere l’eccellenza del Made in Italy».
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