L'editoriale
La ‘catastrofe’ Brexit 10 anni dopo: così il mondo libero ha accettato la sua disgregazione
In un breve saggio di quarant’anni fa, Emmanuel Carrère osservava che l’ucronia – la storia alternativa, quella che sarebbe potuta avvenire – è guidata da una forma di insofferenza verso ciò che è inevitabile. È intollerabile che Napoleone sia stato sconfitto a Waterloo e confinato a Sant’Elena, e bisogna ribellarsi. Il 23 giugno segna il decimo anniversario del referendum sulla Brexit, quando il Regno Unito decise di lasciare l’Unione europea. È il momento giusto per questo tipo di esercizio.
Per capire come si arrivò a quel voto bisogna tornare indietro di almeno un altro decennio, all’apice di una certa idea d’Europa. Nel 2004, dieci nuovi Stati post-comunisti entravano nell’Unione nella più grande espansione della storia europea. L’euro era entrato in circolazione l’anno prima. Il sistema di Schengen apriva i confini che avevano separato popoli e alimentato secoli di guerre. Allargamento, euro, Schengen: per una generazione di europei, queste conquiste erano diventate così naturali da essere date per scontate. Furono il momento di massima ambizione dell’Europa e, col senno di poi, di massimo azzardo. La crisi finanziaria del 2008 rivelò la vulnerabilità di una moneta priva di unione fiscale e politica. L’allargamento ad Est si scontrò con l’agenda revanchista di Mosca, dalla Georgia del 2008 all’Ucraina del 2014. La libera circolazione alimentò trasformazioni demografiche, fino alle fallimentari Primavere arabe e alla crisi dei rifugiati del 2015.
Su questo sfondo si consumò la Brexit. L’errore di calcolo dell’allora Primo ministro David Cameron (fare il referendum per sgomberare una volta per tutte l’euroscetticismo del suo partito) è ben documentato. Ma il contesto che lo rese così madornale si era venuto a creare per oltre un decennio. Quello che ne seguì fu un effetto domino in cui ogni evento sembrava impensabile fino a quando non accadeva: Trump, la pandemia, l’invasione dell’Ucraina, il 7 ottobre, il ritorno di Trump. Ciascuno rese il successivo un po’ meno impossibile da immaginare.
Eppure vale la pena chiedersi cosa sarebbe successo se il Regno Unito avesse votato Remain. Non per nostalgia, ma per capire quanto fosse contingente e casuale quella che poi è diventata Storia. Senza quella dimostrazione plateale che una grande democrazia poteva votare per smantellare l’ordine del dopoguerra, Hillary Clinton avrebbe magari avuto qualche possibilità in più di vincere contro Trump nel 2016. Una sua Amministrazione avrebbe poi gestito la pandemia dentro un quadro più prevedibile. Putin, privato dello spettacolo di un Occidente che si autodistrugge, avrebbe forse esitato prima di scommettere su un’invasione. Supposizioni, per le quali non troveremo mai conferma. Il punto vero è che però alcune cose sarebbero forse successe anche se il Regno Unito fosse rimasto in Europa. L’allontanamento tra America ed Europa e l’ascesa del populismo non sono stati creati né dalla Brexit né da Trump. Loro al massimo ne sono stati i sintomi. Le fratture sono strutturali, economiche, culturali, generazionali. La Brexit le ha rese irreversibili, ma alcune cose sarebbe accadute comunque, magari senza fare tanto rumore.
La vera ucronia, allora, è un’altra. È quell’illusione ottica che pace, democrazia e cooperazione fossero l’esito acquisito e inevitabile della Storia. Quest’idea nobile ma in fondo debole, o quantomeno sostenuta in modo debole, che ha incontrato il pensiero forte di Putin e di Trump senza vederlo arrivare. L’ucronia in questo è anche lo strumento dei tiranni. Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina interamente su una rilettura della storia ucraina: una nazione che, secondo lui, non è mai esistita. Il 6 gennaio 2021, il Congresso americano fu assaltato per cambiare la storia di una sconfitta elettorale. Con il secondo mandato di Trump, la storia alternativa è diventata un metodo di governo: la riscrittura quotidiana dei fatti, l’oltraggioso presentato come normale, il surreale come politica. Non un’ucronia come ribellione, ma come dimensione parallela che rende spesso difficile distinguerla dalla realtà.
Se l’ucronia nasce dall’insofferenza verso ciò che è inevitabile, forse la lezione di questi dieci anni è l’opposta: che abbiamo smesso di essere insofferenti, di volerci ribellare, e abbiamo accettato, inerti e indolenti, la disgregazione dell’Occidente.
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