Il focus
La Cina cresce ma l’economia “è ancora in difficoltà”. Tiger Shi: “Tra crisi immobiliare interna e auto elettriche vendute all’estero, il vero problema è la sostenibilità dell’AI”
Il Ceo di BANDS Financial legge l’attuale fase della seconda economia mondiale: “Non sono sicuro che questo rally di Borsa trainato dall’IA sia sostenibile”
La Cina cresce guardando sempre più oltre i propri confini. Dietro la forza delle sue esportazioni però, c’è un’economia interna che continua a essere frenata dalla crisi immobiliare e dalla debolezza dei consumi. È questa la lente attraverso cui Tiger Shi, Ceo di BANDS Financial, legge l’attuale fase della seconda economia mondiale. «L’economia interna cinese è ancora in difficoltà», afferma. Il problema centrale resta il settore immobiliare. Per milioni di famiglie, la casa rappresenta la quota più importante del patrimonio e il calo dei prezzi degli immobili ha inevitabilmente indotto una maggiore cautela. «Se, per esempio, il valore della tua proprietà scende del 30%, diventi molto più prudente nello spendere». Il risultato è una domanda interna debole e margini di profitto compressi praticamente in ogni settore.
Per le aziende, la risposta è stata duplice. Hanno scelto di ridurre i costi, spesso ricorrendo all’intelligenza artificiale per sostituire alcune funzioni e cercare all’estero i margini che il mercato interno non è più in grado di garantire. «Le aziende vogliono vendere ovunque possano guadagnare di più. È per questo che guardano oltre i confini nazionali, si internazionalizzano ed esportano». Il settore dell’auto elettrica ne è un esempio perfetto. Mentre la domanda interna ha rallentato, le esportazioni continuano a crescere rapidamente. «Si può guadagnare di più vendendo un’auto all’estero che vendendola in Cina».
In Europa questa tendenza viene percepita sempre più come una minaccia. Shi non lo nega. «Se mi mettessi nei panni di un’impresa europea, allora sì, è una concorrenza estremamente forte, sul prezzo, sulla qualità, su tutto». Allo stesso tempo, sostiene che il fenomeno vada letto in una prospettiva storica. Per decenni la Cina ha rappresentato la base manifatturiera a basso costo dell’Occidente, grazie agli investimenti americani ed europei, al basso costo del lavoro, a infrastrutture moderne e a distretti industriali altamente sviluppati. Oggi, però, quel modello si sta trasformando. I salari sono aumentati, la popolazione sta invecchiando e le imprese cinesi vogliono risalire la catena del valore, costruire marchi propri e produrre beni più sofisticati. «Decenni fa non esistevano praticamente marchi automobilistici cinesi credibili. Oggi la situazione è completamente diversa».
Questo atteggiamento contribuisce allo squilibrio strutturale della Cina: un’enorme capacità produttiva a fronte di consumi ancora troppo deboli per assorbirla. «Dal punto di vista culturale e storico, i cinesi non sono ancora abituati a spendere», sostiene Shi. Il modello cambierà con le generazioni future, ma non rapidamente. Nel frattempo, è probabile che la pressione sull’industria europea aumenti. «La manifattura europea, in particolare quella tedesca e il suo settore automobilistico, sono sottoposti a una pressione enorme». Per questo dazi e misure protezionistiche non lo sorprendono. «È qualcosa che abbiamo visto molte volte nel corso della storia».
C’è poi l’intelligenza artificiale, un altro ambito nel quale Shi vede allargarsi il divario tra Cina e Stati Uniti. Rimane prudente rispetto all’entusiasmo dei mercati americani per l’IA. «Non sono sicuro che questo rally di Borsa trainato dall’IA sia sostenibile». La vera sfida, sostiene, consiste nel trasformare gli enormi investimenti in applicazioni capaci di generare ricavi. Negli Stati Uniti vede una corsa alimentata in larga misura dagli investimenti in conto capitale e dagli investimenti incrociati tra i principali attori tecnologici. In Cina, al contrario, vede l’IA impiegata più direttamente nelle attività operative delle imprese: dalla programmazione alla consulenza, fino ai servizi digitali e alle piattaforme di e-commerce.
La ragione è anche economica. Le aziende alle prese con margini sempre più compressi cercano tecnologie in grado di ridurre i costi, non modelli sviluppati a qualsiasi prezzo. «Il costo di un modello di IA in Cina può essere inferiore al 10% rispetto a quello di un modello equivalente negli Stati Uniti», osserva Shi. E, in ultima analisi, sostiene, contano più le applicazioni dell’ammontare degli investimenti. I veri vincitori della rivoluzione dell’IA non saranno necessariamente quelli che investiranno più capitale, ma quelli capaci di trasformare la tecnologia in applicazioni concrete e ricavi sostenibili.
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