Politica
La destra e la contraddizione con i migranti: prometteva di fermare l’immigrazione ma ha firmato il decreto flussi più grande
Nel 2025 il governo italiano ha firmato il decreto flussi più grande nella storia della Repubblica: 497.550 ingressi regolari di lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028, contro i 452 mila del triennio precedente. A firmarlo è stato un governo arrivato al potere promettendo di fermare l’immigrazione. La contraddizione è più apparente che reale, perché dietro quella firma non c’è un cedimento ideologico ma una tabella demografica che non lascia molte alternative.
Nel 2024 in Italia sono nati 370 mila bambini e ne sono morti 651 mila. Il saldo naturale, in un anno, è stato negativo di 281 mila persone, con la fecondità scesa a 1,18 figli per donna, il valore più basso mai registrato. La popolazione diminuisce, e l’unico motivo per cui non crolla è l’arrivo dall’estero di 244 mila persone in saldo. Le proiezioni dell’ISTAT dicono che di qui al 2050 la fascia in età da lavoro, i quindici-sessantaquattro anni, perderà quasi otto milioni di persone, mentre gli over sessantacinque saliranno dal 24 a quasi il 35 per cento del totale. Ogni anno che passa cala chi produce e versa contributi e cresce chi riceve pensioni e assistenza, e su quell’equilibrio poggiano il welfare e la sostenibilità del debito. Per un’economia che vive di manifattura e di esportazioni, otto milioni di lavoratori in meno non sono una proiezione astratta ma un collo di bottiglia che si vede già oggi. Il sistema Excelsior di Unioncamere calcola che quasi la metà delle assunzioni programmate dalle imprese, il 46,8 per cento, riguardi posti che restano scoperti perché il profilo giusto non si trova. La carenza è più acuta proprio nei settori che tengono in piedi l’export: nella metallurgia due posizioni su tre sono difficili da coprire, nella meccatronica più di una su due, e lo stesso vale per l’edilizia e il tessile. Le filiere che ci hanno reso la seconda manifattura d’Europa faticano a trovare chi ci lavori, e più di un’assunzione su cinque, ormai, riguarda un cittadino straniero.
Che l’apporto sia rilevante lo mostrano i conti. I lavoratori stranieri sono due milioni e mezzo, il 10,5 per cento degli occupati, e generano secondo la Fondazione Leone Moressa 177 miliardi di valore aggiunto, intorno al 9 per cento del PIL, con punte di un quinto in agricoltura e di un sesto nell’edilizia. Versano 11,6 miliardi di IRPEF e, a conti fatti, lasciano nel bilancio pubblico un saldo positivo, sia pure contenuto, poco sopra il miliardo. Numeri che raccontano un contributo, più che un costo da sopportare. Nemmeno la Banca d’Italia la mette diversamente. Ha calcolato che, in assenza di correttivi al declino demografico, nei prossimi decenni il prodotto potrebbe arretrare fino al 13 per cento e il reddito pro capite di quasi il 10, e ha indicato in un afflusso di immigrati regolari superiore a quello ipotizzato dall’ISTAT uno degli strumenti per contenere il danno. Detto dalla banca centrale, e non da un movimento politico, il problema smette di essere una bandiera e diventa una voce di contabilità nazionale.
Il prezzo più alto è quello della finzione. Dire di tenere le porte chiuse e intanto firmare mezzo milione di ingressi produce il risultato peggiore possibile: i lavoratori arrivano comunque, ma arrivano male, regolati da decreti d’emergenza anziché da una programmazione, e senza le politiche di lingua, casa e formazione che trasformano un immigrato in un cittadino. È difficile integrare qualcuno mentre in pubblico si giura di volerlo respingere, e quella distanza tra le parole e i fatti si paga in coesione sociale ancor prima che in punti di crescita. Il numero da cui siamo partiti, del resto, non l’ha diffuso una ong ma il ministero del Lavoro: 497.550 lavoratori stranieri che l’Italia ha deciso di accogliere nei prossimi tre anni. Si può continuare a litigare sul fatto che l’immigrazione sia un bene o un male; nel frattempo il conto lo ha già chiuso lo Stato, in silenzio, sulla base della propria demografia. Quello che resta davvero da decidere è se questi arrivi verranno governati oppure lasciati all’improvvisazione.
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