Africa Express
La diplomazia americana contro l’esercito sudanese, nel mirino le fazioni Saf e Rsf
Gli Stati Uniti hanno rifiutato di concedere il visto al Generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante delle Forze armate sudanesi (Saf), per partecipare e intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. La decisione, riferita da agenzie di stampa e fonti diplomatiche, segna un nuovo punto di rottura tra Washington e la leadership militare sudanese nel mezzo della guerra che dal 15 aprile 2023 oppone le Saf alle Forze di sostegno rapido (Rsf). Il visto è stato subordinato all’accettazione da parte di al-Burhan di una proposta di cessate il fuoco di tre mesi, avanzata da Massad Boulos, consigliere senior statunitense per gli affari arabi e africani. Il governo di al-Burhan ha respinto la proposta, sostenendo che una tregua consentirebbe alle Rsf di riorganizzarsi e riprendere gli attacchi. Di conseguenza, Washington ha trattenuto il visto.
Al-Burhan era previsto come oratore all’Assemblea generale. L’ambasciatore del Sudan all’Onu ha scritto al segretario generale António Guterres, sollecitando un intervento. Parallelamente, il Dipartimento di Stato ha affermato che nessuna delle due fazioni in guerra detiene un’autorità legittima. Il portavoce Tommy Pigott ha dichiarato che né le Saf, né le Rsf, né i rispettivi leader “rappresentano una governance legittima e costituzionale per il Sudan”. Pigott ha aggiunto che gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chiunque sia un “partner serio per la pace” e che Washington cercherà di “aumentare il costo del protrarsi del conflitto per tutti i belligeranti”.
Dal 15 aprile 2023 il Sudan è teatro di una guerra che le Nazioni Unite definiscono la peggiore crisi umanitaria al mondo. Finora nessuna iniziativa ha fermato il conflitto. Secondo le stime dell’Onu aggiornate a ottobre 2025, il conflitto ha provocato quasi 14 milioni di sfollati: 9,3 milioni all’interno del Sudan e 4,4 milioni nei paesi vicini. L’Ocha indica che nel 2026 sono 33,7 milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria. Reuters ha descritto la disputa sul visto come il punto più basso nelle relazioni tra Washington e l’esercito sudanese dall’inizio della guerra. I rapporti erano già tesi per una proposta statunitense di estendere l’embargo sulle armi sul Darfur a tutto il paese; i sostenitori di al-Burhan sostengono che questa misura colpirebbe in modo sproporzionato l’esercito. Su Foreign Policy, al-Burhan ha argomentato che gli sforzi di cessate il fuoco guidati da attori esterni non sono riusciti a porre fine alla guerra e che una pace “dettata dall’esterno” non sarebbe destinata a durare. L’ex primo ministro civile Abdalla Hamdok è presente a New York per gli eventi dell’Assemblea generale con membri della sua coalizione contraria alla guerra.
La mossa statunitense si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, in cui Washington cerca di ridefinire il proprio approccio al conflitto sudanese. La subordinazione del visto a una tregua umanitaria di 90 giorni riflette la volontà di esercitare una leva diretta su al-Burhan, considerato uno dei principali ostacoli a un processo di pace credibile. La dichiarazione che nega legittimità costituzionale a entrambe le fazioni segna un cambiamento significativo: fino a ora gli Stati Uniti avevano mantenuto un canale di dialogo privilegiato con le Saf. Ora Washington sembra voler sganciarsi da qualsiasi riconoscimento implicito di autorità, preparando il terreno a un eventuale inasprimento delle sanzioni e a un maggiore sostegno a soluzioni politiche alternative, inclusa la possibile riattivazione di attori civili come la coalizione di Hamdok.
La guerra in Sudan ha assunto connotati geopolitici sempre più marcati, con diversi attori regionali e internazionali che sostengono una o l’altra fazione per ragioni di influenza strategica. La posizione statunitense si inserisce in una competizione più ampia per il controllo delle risorse e delle rotte commerciali nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso. Il rifiuto del visto ad al-Burhan può essere letto anche come un segnale rivolto ad altri attori che continuano a fornire supporto militare alle Saf o alle Rsf. La comunità internazionale si trova ora di fronte a una scelta: sostenere la linea americana, che esclude entrambe le fazioni dalla legittimità politica, o cercare una mediazione che garantisca una tregua immediata e l’accesso degli aiuti. Finora, nessuna delle due opzioni sembra avere la forza necessaria per imporsi, e il rischio è che il conflitto prosegua indefinitamente, con conseguenze disastrose per la popolazione civile e per la stabilità dell’intera regione.
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