La febbre dei titoli energetici cala di poco. Ieri, il Brent è sceso a 105 dollari al barile, dopo il picco di 110 dollari raggiunto lunedì. Il gas ha fatto retromarcia a 80 euro (2 euro in meno rispetto all’avvio di settimana). È un ridimensionamento fisiologico, che non placa i timori di mercati e governi. Un recente rapporto di intelligence conferma il sentiment espresso dagli investitori. L’eventualità di una chiusura di Bab el-Mandeb sarebbe catastrofica. Gli Houthi hanno garantito la sicurezza di navigazione a tutte le navi salvo quelle saudite. È una dichiarazione che conforta solo in parte. Per quanto il nemico diretto dei ribelli sciiti affiliati all’Iran sia Riad, nessuno ci assicura che altri convogli non possano venire colpiti per cause accidentali. Sta succedendo così nello Stretto di Hormuz da mesi.

Prima della crisi, il greggio saudita in transito dal Mar Rosso rappresentava meno dell’1% dell’offerta mondiale. Tuttavia, dalla stessa rotta passa il 7-8% della produzione petrolifera globale. Più in generale, lo stretto movimenta circa il 10% del commercio Est-Ovest del mondo. Una deviazione dei convogli verso Capo di Buona Speranza vorrebbe dire dai 14 ai 21 giorni in più di navigazione, con il 30/40% dei consumi maggiorati di carburante e un +300% dei premi assicurativi. A ogni evento economico-finanziario, ne corrispondono uno, o più di uno, geopolitici. L’aumento dei prezzi è un vantaggio per l’Iran, che di suo non ci guadagna nulla, ma trae vantaggio dal vedere quanto spende il nemico. Teheran ha fatto sapere di non trovare le condizioni adatte per riprendere i negoziati con gli Usa. Hormuz è uno strumento di ricatto con cui Teheran si sente libera di condizionare i mercati internazionali e far passare Washington come l’unico responsabile dello stallo. C’è chi vede nell’Oman il solo interlocutore che possa far cambiare idea al regime. Il fatto è che Muscat non gode di buoni auspici con gli Usa. Per questi ultimi però, è difficile tenere una linea muscolare. Viste le elezioni a novembre, lo scarso consenso internazionale e, last but not least, il fatto che il Pentagono sia a secco di munizioni. Gli Stati Uniti scontano in credibilità la mancata promessa di una guerra lampo contro gli Ayatollah.

A sua volta, la riduzione delle scorte petrolifere ha spinto la Cina a entrare in campo. Mentre finora era rimasta a guardare. Da qui il motivo per cui il greggio non è andato a 150-200 dollari al barile. Finora! Secondo JPMorgan Commodities Research, prima della chiusura di Hormuz, le scorte mondiali di petrolio “visibili” erano circa 8,4 miliardi di barili. Oggi sarebbero scese a circa 6,8 miliardi. È un po’ come la riserva della macchina. Più di tanto non puoi restarci. Con l’inverno alle porte e appunto gli stoccaggi al lumicino, bisogna tornare sui mercati. Pechino lo sta facendo, conscia che così mette ancora di più alle strette gli Usa. Infine il tema produzione. I pozzi sauditi devono tornare a pompare. L’industria di base bloccata è un dramma per tutta l’economia nazionale. È per questo che Riad si è mossa da sola nel bombardare gli Houthi. Andando oltre gli attori regionali, è evidente che Hormuz sia la chiave di volta globale. A rimetterci infatti sono Europa, India ed Estremo oriente. Cina per prima. Quindi anche attori che vantano canali di dialogo con Teheran. Bab el-Mandeb è invece dirimente per noi Europa. Soggetto debole da qualunque parte lo si guardi. Oggi von der Leyen parla a Strasburgo. Vediamo come se la cava.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).