Angela Camuso, giornalista e scrittrice con lunga esperienza tra televisione e carta stampata, racconta al Riformista in una intervista esclusiva le avances subite con fastidio, come racconta, da parte di Sigfrido Ranucci al quale aveva proposto materiale video per una inchiesta.

Quando nasce il tuo rapporto professionale con la Rai?
«Avevo già collaborato con la Rai e con Milena Gabanelli anche al di fuori della televisione. Nel 2015 sono andata a Mediaset. Alla fine del 2018, forte dell’esperienza televisiva maturata, ho cercato Ranucci perché volevo lavorare a Report, dove lui aveva preso la conduzione da un anno».

Come avvenne il primo contatto con Ranucci?
«Gli scrissi presentandomi e spiegandogli che avevo girato del materiale in Etiopia. Una inchiesta sullo sfruttamento di lavoratori locali da parte di multinazionali italiane. La sua prima risposta fu un messaggio vocale: mi disse, con un tono molto particolare, che ero “in formissima” nella foto del profilo e mi mandò un bacio: un registro inappropriato alla prima comunicazione che intercorre tra un conduttore e una potenziale nuova collaboratrice».

Perché quel messaggio ti mise a disagio?
«Rimasi sorpresa, negativamente sorpresa. Io non lo conoscevo, mi ero rivolta a lui per lavorare. Tra noi esisteva un rapporto di potere molto chiaro: lui era il conduttore di Report, io una giornalista che cercava un’opportunità professionale».

Hai percepito un abuso della sua posizione?
«Sì. Non parlo di reati, non spetta a me stabilirlo. Parlo di un approccio non richiesto e sgradito, vissuto con fastidio: era chiarissimo che il suo ruolo veniva utilizzato per ottenere qualcosa che non aveva nulla a che fare con il mio lavoro».

Perché hai deciso di raccontare questa storia adesso?
«Perché sono una giornalista e ho il diritto-dovere di raccontare i fatti. Se oggi una collega mi avesse riferito una vicenda simile, l’avrei pubblicata».

Riuscisti poi a incontrare Ranucci?
«Sì. Mi diede appuntamento, nei giorni successivi, a Via Teulada. Io ero andata per parlare dei video, ma lui appariva distratto. Ebbi la sensazione che il mio progetto non gli interessasse davvero. Mi scrisse la sera, erano le 21.20, chiedendomi come stavo e dicendomi che ero stata la cosa più bella vista durante una giornata terribile. Mi scrisse dei miei occhi e della loro luce. Rimasi di sasso, mi chiedevo che cosa c’entrassero quei complimenti con il lavoro sullo sfruttamento in Etiopia di cui avevamo parlato».

A quel punto ti sembrò chiaro il suo interesse?
«Sì. Continuava inoltre a parlare della possibilità di vederci a tarda ora. Il 23 febbraio 2019 mi scrisse che il giorno dopo sarebbe stato disponibile ‘’fino a sera inoltrata’’. Gli risposi che preferivo il primo pomeriggio, perché dovevo mostrargli i video. E saltò tutto. Si defilò. Gli chiesi se mi avesse messo da parte, rispose: “È difficile dimenticare una come te”».

Ti sono state fatte avances pesanti anche in passato?
«Sì, in ambienti diversi: all’università un assistente di cattedra mi disse che il mio 110 e lode sarebbe dipeso solo dalla mia disponibilità. Andai a parlare con il titolare della materia, diedi la tesi e presi 110 e lode senza cedere ad alcun compromesso. Come poi ho fatto nella professione di giornalista».

Che cosa significa per te questa vicenda?
«Il punto è la libertà della persona. Quando chi hai davanti ha un potere professionale su di te, non sei nella stessa condizione di una donna che conosce un uomo a una festa. Chi chiede lavoro è in una condizione di vulnerabilità, chi detiene il potere in Rai lo sa. E dovrebbe agire con responsabilità».

Anche se, va precisato, Ranucci non le ha mai fatto richieste esplicite.
«Anche senza una proposta esplicita di scambio, il problema nasce quando un rapporto professionale viene caricato di un sottinteso personale che l’altra persona non ha richiesto».

Ranucci ha reagito al tuo racconto pubblicato dal Tempo?
«Eccome. Mi ha fatto una telefonata molto agitata, chiedendo se avessi davvero scritto io quella storia e se mi assumessi la responsabilità di quello che avevo scritto».

E tu che cosa gli hai risposto?
«Che naturalmente me ne assumevo la responsabilità. Sono una giornalista d’inchiesta e non mi nascondo. Ho raccontato quello che è successo, senza nascondere neppure il fatto che io, all’epoca, cercai di evitare lo scontro».

Qual è, alla fine, il tuo giudizio su Ranucci?
«Per come ho vissuto quella vicenda, si è comportato come una persona che non ha avuto rispetto del rapporto professionale e della mia libertà. Il problema non sono i complimenti a una donna. Il problema è il contesto: io gli chiedevo lavoro e mi sono trovata davanti a un registro che con il lavoro non aveva nulla a che fare».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.