Giustizia
La giornata per Enzo Tortora e l’astensione indegna alla Camera: la sinistra ha perso la memoria sugli errori giudiziari
Che sinistra è quella che, davanti alla proposta di istituire una Giornata nazionale dedicata a Enzo Tortora e alle vittime degli errori giudiziari, sceglie di astenersi?
La Camera ha approvato il provvedimento con 178 voti favorevoli e 97 astensioni: Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno rifiutato di associarsi a un atto che dovrebbe appartenere all’intera comunità nazionale. La data scelta è il 17 giugno, giorno dell’arresto di Tortora nel 1983. Le motivazioni addotte – il metodo parlamentare, il mancato confronto, il timore che l’iniziativa diventi uno strumento contro la magistratura o resti un gesto simbolico – non cancellano il significato dell’astensione. Qui non si chiedeva di delegittimare i giudici o di assolvere colpevoli. Si chiedeva allo Stato di riconoscere che anche la giustizia può sbagliare e che, quando sbaglia, distrugge reputazioni, famiglie, lavoro, salute e talvolta la vita delle persone.
Una sinistra degna della propria storia dovrebbe stare dalla parte dell’individuo quando il potere giudiziario lo travolge. Dovrebbe difendere il più debole anche quando a schiacciarlo non è il padrone di una fabbrica, ma una macchina giudiziaria che ha perso misura e capacità di dubitare. Invece il garantismo viene trattato come una bandiera della destra, quasi che la presunzione di innocenza cambiasse valore a seconda di chi la invoca. È una deformazione culturale prima ancora che politica. Enzo Tortora non appartiene a una parte, appartiene alla coscienza civile del Paese. Il suo calvario dimostra che un’accusa può diventare condanna pubblica prima del processo, che le manette possono trasformarsi in spettacolo e che un’assoluzione definitiva non sempre restituisce ciò che è stato tolto. Riconoscere gli errori non indebolisce la giustizia: la rende più credibile.
Che cosa trasferiamo ai giovani? Che una proposta giusta diventa sospetta se arriva dall’avversario? Che la dignità umana può essere subordinata alla convenienza di schieramento? Che persino la memoria delle vittime deve passare attraverso il filtro dell’appartenenza? È una pedagogia devastante, perché trasforma il Parlamento da luogo del confronto a campo di tifoserie, dove concedere ragione all’altro diventa una sconfitta. Perfino Palmiro Togliatti, da ministro della Giustizia, promosse 80 anni fa un’amnistia che coinvolse numerosi fascisti, convinto che la Repubblica avesse bisogno di pacificazione. Oggi non si chiedeva clemenza verso i colpevoli, ma memoria per gli innocenti. Eppure una parte della sinistra non è riuscita neppure a dire sì.
La democrazia non si misura dalla pretesa infallibilità delle proprie istituzioni, ma dal coraggio con cui sa riconoscerne gli errori. Su Enzo Tortora e sulle vittime della malagiustizia non dovevano esistere maggioranza e opposizione. Doveva esistere soltanto un Parlamento capace di ricordare che, prima delle appartenenze, vengono la libertà e la persona.
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