Finite le vacanze, si torna all’usuale incertezza. Le borse ballano. Il petrolio torna a 90 dollari al barile, il gas è appena sotto i 70 €/MWh. Salgono i titoli energetici, a spese di quelli tecnologici, ormai abituati a scontare la crisi. Intanto, la nuova Fed di Kevin Warsh deve affrontare l’inflazione forse con misure restrittive che potrebbero non piacere a Trump. Il conflitto Usa-Iran sembra tornare al brutto. Lo scenario permette di riflettere sul Golfo. Un tempo attrattivo per gli investimenti, oggi un mondo in standby. Un esempio per tutti è il Qatar. Con un crollo dell’8,9% stimato per il 2026 (Fonte Fmi), il gigante mondiale del gas si guadagna il primato dei Paesi del Golfo che più ha pagato la guerra Stati Uniti-Iran. Dimostrazione plastica, questa, di come non ci sia ricchezza che tenga di fronte agli imprevisti della geopolitica.

Prima della guerra, Doha forniva circa un quinto del Gnl mondiale. Nei primi sei mesi del conflitto è riuscito a spedire appena 18 cargo contro 509 nello stesso periodo del 2025, per una perdita di circa 24 miliardi di dollari. Le cause maggiori sono i danni alle infrastrutture di Ras Laffan, di cui è fuori uso circa il 17% della capacità di liquefazione, e soprattutto l’enorme difficoltà di far transitare le metaniere attraverso Hormuz. Pur di mantenere una presenza sul mercato e rispettare i contratti con alcuni clienti asiatici, QatarEnergy è arrivata ad acquistare 33 carichi di Gln americano, per circa un miliardo di dollari. Il governo qatariota è corso ai ripari. Ha imposto ad alcuni Ministeri ed enti pubblici tagli di bilancio del 30%. A sua volta, la spesa destinata agli aiuti internazionali sarebbe stata ridotta di circa l’85%. Il Qatar Fund for Development che finanzia programmi umanitari, infrastrutture, sanità, istruzione e sviluppo economico in Paesi terzi, è il primo a scontare la crisi. Doha non ha comunicato dove cadrà la scure. Dettaglio non secondario per un Paese che ha fatto dell’aiuto internazionale uno strumento di relazioni geopolitiche. Magari anche con soggetti poco frequentabili. Vedi Hamas, Fratellanza musulmana e Iran.

L’austerity tocca tutti. Quindi è plausibile che anche il “fronte dei cattivi” dovrà fare a meno della generosità di Doha. Tanto più che della “drôle de guerre” persiana non si vede una fine. Se però domani, per assurdo, questa guerra giungesse a un termine, gran parte della capacità qatariota potrebbe ripartire nell’arco di settimane. Per recuperare invece il 17% della capacità di liquefazione fisicamente danneggiata a Ras Laffan serviranno, secondo le stime, dai tre ai cinque anni. A questo si aggiunge il problema dello stoccaggio. Da prassi, una volta estratto, il gas naturale dev’essere trattato, liquefatto a circa -162 °C, immagazzinato nei serbatoi e infine stivato sulle navi. La capacità di stoccaggio di un terminale di gas è però concepita come buffer logistico, non come deposito capace di assorbire mesi di produzione. Per questo, negli ultimi mesi, non avendo certezza di navi a disposizione e tanto meno del loro transito, la QatarEnergy ha scelto di ridurre o fermare la produzione a monte.

Da qui il rischio cortocircuito. Più a lungo il Qatar resta fuori dal mercato, più incentiva Stati Uniti e altri produttori a colmare il vuoto, arraffarsi i suoi clienti – soprattutto asiatici – e investire in nuova capacità. La guerra ha rinviato di almeno due anni l’ondata di una nuova offerta di Gnl che avrebbe dovuto allentare il mercato mondiale. Ma non l’ha cancellata. Quando Doha avrà recuperato anche la capacità oggi danneggiata, potrebbe quindi ritrovarsi in un mercato molto più affollato di quello da cui è stato estromesso.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).