La legge elettorale approda ufficialmente al Senato e Forza Italia dà degli «opportunisti» ai Fratelli d’Italia per aver introdotto le preferenze. Che si voti prima della pausa estiva o meno, per Meloni sarà un successo. L’inquilina di Palazzo Chigi, riuscirà a portare a casa le preferenze e le farà votare senza porre la questione di fiducia. La leader di FdI è abile in politica e sa perfettamente che la pensione dei neo eletti è alle porte. Meloni vuole le preferenze e riuscirà ad ottenerle, altrimenti porterà tutti al voto anticipato.

Le criticità della riforma

Un’agenda densa, che ieri ha visto, fra le altre, diverse audizioni di esperti al Senato, tra cui il politologo Roberto D’Alimonte e il costituzionalista Stefano Ceccanti, insieme ad altri colleghi. Tra le varie criticità della riforma, in vetta alla classifica rimane la mancanza delle preferenze, le «soglie mobili» che complicherebbero la già difficile comprensione della legge elettorale, oltre all’attribuzione dei seggi al Senato, che si sono sempre basati su scala regionale e hanno sempre tenuto conto dei risultati di ogni forza politica. E ancora: i professori hanno sollevato dubbi sul premio di maggioranza a cifra fissa (avrebbero preferito in percentuale, ndr) e sulla presenza del «listone» nazionale. Al momento il testo approdato a Madama è quello votato alla Camera, premio di maggioranza al 42 per cento, soglia di sbarramento per i partiti al 3 e per le coalizioni al 10, indicazione del candidato premier.

La scelta del centrosinistra

Quanto alle preferenze è doveroso ricordare che a Palazzo Madama la regola è il voto palese e per questo motivo il centrodestra deve scegliere se affossare definitivamente le preferenze o approvarle in modo compatto. Anche il centrosinistra (o campo largo) dovrà scegliere se esultare con cori da stadio per la seconda volta e votare contro oppure premere il tasto «a favore» e rimediare alla figuraccia fatta a Montecitorio e fuori da esso.

La linea Meloni

Ma tornando al centrodestra, Forza Italia, che rappresenta la bomba a orologeria del cdx, ha considerato la proposta di FdI di inserire le preferenze, una mossa opportunistica per non lasciare la palla ai Vannacciani e riguadagnare terreno politico, al momento eroso dall’ex Generale che si diletta a creare meme con l’intelligenza artificiale. Con molta probabilità, in ogni caso, troverà la quadra e sposerà la linea Meloni. C’è un’altra strategia, però, che chi è vicino a Meloni non conferma né smentisce: la Premier sfiderà la Camera proprio sulle preferenze dal momento che gli alleati del cdx voteranno il testo proposto da FdI. L’emendamento che verrà discusso nei prossimi giorni, per altro, è lo stesso che era stato bocciato a Montecitorio. E questo vis a vis si consumerà alla Camera una volta che i senatori introdurranno le preferenze nella legge.

L’aut aut di Meloni

La Presidente del Consiglio è determinata e intende andare fino in fondo lanciando un aut aut: o approviamo le preferenze o si va al voto e lei sa bene che ai suoi colleghi, per maturare i tempi necessari per ricevere i contributi previdenziali dovranno attendere il 14 aprile 2027, data che corrisponde a 4 anni, 6 mesi e un giorno dall’inizio dell’attuale legislatura. Può sembrare una frase fatta, ma per chi segue la politica il pragmatismo deve essere il termometro per misurare quanto chi sieda sugli scranni del Transatlantico abbia a cuore i suoi interessi quanto quelli dei cittadini. Spoiler: poco o niente. Qualora dovessero essere approvate le preferenze, rimarrebbe comunque l’incapacità degli elettori di scegliere a chi «conferire» il premio di maggioranza, in quanto il «listone nazionale » rimarrebbe chiuso e il singolo cittadino non avrebbe la capacità di scegliere. Senza contare che chiunque si voglia presentare in questo «listone », deve iscriversi anche in una lista proporzionale che preveda le preferenze. La riforma è stata definita «Libertellum», più che «Stabilicum», in quanto conferisce una buona dose di scelta agli elettori. Per quel che cambierà, questa legge va chiamata «Gattopardum».