Bluff o nuova dottrina?
La minaccia militare come diplomazia, così Trump trasforma il mondo in bersaglio
C’è un dato che fotografa la trasformazione della politica estera americana sotto Donald Trump: 15 Paesi. Sono quelli che, nel corso delle sue due presidenze, sono stati colpiti militarmente, minacciati di attacco o indicati come possibili obiettivi. Sette — Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen — sono stati raggiunti da azioni militari durante il secondo mandato; altri otto — Canada, Colombia, Cuba, Groenlandia, Messico, Panama e Oman — sono entrati nella sfera delle minacce o delle ipotesi di intervento. 15 nazioni su 193. Statisticamente, il 7,7% di tutte le Nazioni Unite. Più del numero conta il metodo. Trump utilizza la minaccia militare come leva negoziale, strumento di deterrenza, pressione economica e comunicazione politica, lasciando confuso il confine tra ultimatum, trattativa e provocazione.
L’Iran al centro della nuova geografia della forza
Il caso più importante è l’Iran. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele avviano una campagna militare contro Teheran, trasformando in guerra aperta una crisi decennale legata al programma nucleare, ai missili iraniani e alle minacce rivolte a Israele. La geografia amplifica la posta in gioco. L’Iran, oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati tra Caucaso, Asia centrale, Iraq e Golfo Persico, controlla insieme all’Oman le due sponde dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas. Qualunque escalation nello Stretto diventa quindi immediatamente una crisi energetica globale.
Dal Medio Oriente all’Africa, fino al Venezuela
Iraq, Siria e Yemen rappresentano la rete regionale della politica militare americana. In Iraq Washington contrasta le milizie filoiraniane; in Siria opera contro il jihadismo e dentro una competizione che coinvolge Iran, Russia, Israele e Turchia; nello Yemen affronta gli Houthi, sostenuti da Teheran e capaci di minacciare le rotte del Mar Rosso. Nigeria e Somalia appartengono invece alla guerra contro il terrorismo jihadista, mentre il Venezuela porta la strategia trumpiana nell’America Latina. Qui sicurezza, narcotraffico e pressione sui governi considerati ostili si sovrappongono, con operazioni marittime contro presunti trafficanti che hanno già provocato oltre 200 morti secondo Associated Press. La forza americana, dunque, non si concentra più su un singolo teatro: si distribuisce lungo una geografia globale di crisi.
Quando la minaccia diventa diplomazia
Canada, Messico, Panama, Colombia, Cuba e Groenlandia appartengono a un’altra categoria. Non sono stati colpiti, ma sono diventati destinatari di minacce o pressioni. Anche qui la geografia pesa: la Groenlandia è strategica per Artico e risorse naturali, Panama controlla una delle principali infrastrutture commerciali del pianeta, mentre Canada e Messico sono direttamente collegati alla sicurezza del Nord America. L’Oman è il caso più paradossale. Alleato degli Stati Uniti ma interlocutore di Teheran, Muscat tenta di mediare sulla riapertura di Hormuz. Il 17 agosto Trump arriva a minacciare un attacco se il sultanato ostacola gli obiettivi americani. Ma proprio qui emerge il limite della strategia. Durante la guerra con l’Iran Trump formula ripetutamente minacce precise e poi rinuncia a trasformarle in azione, sostenendo di aver ottenuto segnali di progresso o l’apertura di trattative che Teheran sistematicamente smentisce facendosi beffe del fanfarone.
Bluff o nuova dottrina?
Quanto può ancora essere credibile una minaccia ripetuta senza conseguenze? Se produce negoziati, diventa uno strumento di pressione; se viene sistematicamente ignorata, perde valore deterrente. Per Washington la partita iraniana è particolarmente delicata: deve impedire a Teheran di raggiungere una capacità nucleare strategica, mantenere aperto Hormuz e trovare una via d’uscita dalla guerra prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Gli scenari sono tre: una nuova trattativa sul nucleare e su Hormuz; una guerra prolungata a bassa intensità; oppure un allargamento del conflitto ad altri Paesi del Golfo. La scommessa di Trump è poter utilizzare la minaccia della forza senza doverla trasformare continuamente in forza reale. Ma più lunga diventa la lista dei bersagli, più sottile diventa la linea che separa il bluff dalla strategia. E quando quella linea scompare, anche una minaccia pensata per negoziare — o per una speculazione elettorale — può trasformarsi nell’inizio di una guerra.
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