Le Ragioni di Israele
La morte del piccolo Sam Abu Haikal, colpito mentre viaggiava in auto da un soldato. E parte il coro: “Israele assassino”
C’è una parola che nel dibattito pubblico è quasi scomparsa: intenzione. È la parola che separa la tragedia dal crimine deliberato, l’errore dall’assassinio, la responsabilità da accertare dalla colpa già scritta perché l’imputato è israeliano, dunque ebreo, dunque colpevole. Un neonato palestinese di sette mesi, Sam Fahd Abu Haikal, è morto a Hebron, colpito mentre viaggiava in auto. È una morte insopportabile. Nessuna causa politica può rendere accettabile la morte di un bambino. Su questo non si tratta. E infatti l’esercito israeliano ha riconosciuto che i feriti erano civili non coinvolti, ha espresso dolore e rammarico, ha aperto un’inchiesta. La famiglia contesta la ricostruzione militare e sostiene che l’auto fosse ferma. Benissimo: si indaghi. Se un soldato ha sparato senza motivo operativo, sia processato e punito. Questo accade, o dovrebbe accadere, in uno Stato di diritto.
Il soldato
Ma quel soldato non era lì per fare del male. Era un ragazzo di vent’anni mandato a operare in un territorio ostile, dentro un conflitto in cui il pericolo non arriva da un altro soldato in divisa. Quel ragazzo dovrebbe vivere come i suoi coetanei occidentali: studiare, uscire, innamorarsi, perdere tempo. Invece è costretto a imbracciare un’arma per proteggere sé stesso e gli altri da un male che non porta sempre uniforme e insegne. La discussione pubblica non ha atteso nulla. Non l’inchiesta, non i fatti. È bastato un bambino morto perché ripartisse il riflesso pavloviano: Israele assassina, i soldati israeliani ammazzano i bambini, gli ebrei godono del sangue palestinese. Ed è qui che la propaganda pro-Pal smette di essere semplice propaganda e diventa propaganda antisemita. Non perché criticare Israele sia antisemitismo. Israele può essere criticata, i suoi governi possono essere contestati, le sue operazioni militari possono essere sottoposte a giudizio politico, morale e giuridico. Ma quando ogni errore israeliano diventa conferma di una natura criminale collettiva, quando il soldato non è più un soldato ma “l’ebreo che uccide bambini”, quando l’incidente diventa prova metafisica di malvagità, non siamo più nella critica politica: siamo dentro un immaginario antico, lurido, riconoscibilissimo.
Del bambino palestinese importa solo finché serve ad accusare l’ebreo
La differenza tra un morto civile provocato da una condotta militare da accertare e il civile cercato proprio perché civile. Tra il danno tragico e il bersaglio scelto. Questa distinzione non attenua il dolore per Sam Abu Haikal. “I nostri morti sono martiri, i vostri morti sono propaganda, i nostri crimini sono resistenza, i vostri errori sono genocidio”: è questo il cuore della menzogna pro-Pal. Non l’amore per i palestinesi, che raramente si traduce nella richiesta più ovvia: disarmare Hamas, liberare gli ostaggi, togliere ai civili palestinesi il giogo di un potere che li usa come scudo, immagine, carne da manifesto. Quando la morte di Sam viene usata per riproporre il mito di Israele come entità naturalmente assassina, non siamo davanti a semplice propaganda filopalestinese. Siamo davanti a propaganda antisemita travestita da compassione. E la prova è questa: del bambino palestinese importa solo finché serve ad accusare l’ebreo; dei bambini israeliani del 7 ottobre, invece, non dovevamo parlare troppo, perché “il contesto” spiegava. Il contesto non spiega tutto. Ma conta. L’intenzione conta. La responsabilità individuale conta. La differenza tra errore e massacro conta. E chi la cancella non sta dalla parte dei bambini: sta dalla parte della menzogna.
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