Vorrei ma non posso
La parabola di Nordio, buon amministratore ma riformatore mancato: così il programma liberale è rimasto sulla carta
Dove il governo ha gestito, ha lavorato bene. Dove voleva riformare, ha perso
Nordio a Cernobbio ha rivendicato organici colmati: 10.500 magistrati in pianta, meno di 9.000 in servizio fino a un anno fa, quattro concorsi da 400 posti, tempi dei processi in discesa. Non dubito dei suoi numeri, più oggettivi delle impressioni di un avvocato; aggiungo solo che il sistema resta lento, con appelli fissati ad anni dalla sentenza di primo grado. Ma dove il governo ha amministrato, ha lavorato bene: assunzioni, concorsi, PNRR e, soprattutto, la stabilizzazione dei magistrati onorari (giudici e vice procuratori che per vent’anni hanno mandato avanti le aule monocratiche da precari, trattati dallo Stato come manodopera a giornata). Una riforma vera, poco celebrata. L’Ufficio per il processo andrà ripensato, ma l’organico resta la cosa più importante, e sarebbe onesto che lo riconoscesse anche l’Anm, che di organici pieni, togati e onorari, è la prima beneficiaria. Il plauso, quando è dovuto, non è schieramento.
Dove ha voluto riformare, è andata male. Il programma liberale di Nordio si è infranto il 23 marzo contro il popolo sovrano, da rispettare senza sconti. Forse c’è stata una certa hybris nel mescolare in un unico quesito cose diverse: la separazione delle carriere, che ha trent’anni di storia e la firma di Falcone; il sorteggio del Csm, che con la separazione non c’entra; l’Alta Corte, terza riforma ancora. Chi voleva la prima ha dovuto votare le altre due, e molti hanno detto no all’insieme. Per questo non credo, a differenza del ministro, che il tema sia naufragato: gli italiani hanno bocciato un pacchetto, non un principio. Ma hanno detto anche una cosa da ascoltare: siamo un Paese sempre più conservatore quando si tocca la Carta, e una riforma costituzionale – se si deve fare – si fa costituzionalmente, con un consenso largo e non a colpi di maggioranza.
Resta il garantismo ordinario, che non ha bisogno di referendum, e qui il bilancio è magro. Le cose fatte si contano sulle dita: abolizione dell’abuso d’ufficio, interrogatorio preventivo prima della misura cautelare, tetto di 45 giorni alle intercettazioni, divieto di pubblicare quelle dei terzi. Il resto è stato cucire pezze sulla riforma Cartabia, scritta da accademici digiuni di aule: il mandato specifico ad impugnare, che rendeva inammissibile l’appello se il cliente non aveva firmato un foglio dopo la sentenza, è stato cancellato solo nel 2024. E la prescrizione, dove convivono tre regimi a seconda della data del fatto — tre orologi per lo stesso imputato — e la riforma organica è in alto mare. Poca cosa, rispetto a un programma che prometteva di liberare la giustizia, non di ripararla.
Machiavelli avvertiva che non c’è cosa più difficile da trattare, né più dubbia a riuscire, che farsi capo a introdurre nuovi ordini. Questo governo ha amministrato bene l’ordine vecchio; il nuovo è rimasto nel programma. Da qui un auspicio. Nordio è un galantuomo e un uomo di cultura; il presidente dell’Anm Tango è persona altrettanto perbene; il Cnf di Francesco Greco rappresenta chi nelle aule ci vive. Se la maggioranza glielo consentirà, il ministro sieda con loro a un tavolo tecnico — per una volta non politico — per chiudere la legislatura con almeno una riforma seria, sistematica e adottabile in tempi brevi, in senso liberale e garantista, a cominciare dal gip collegiale rimasto a metà. Nessuno toglie potere a nessuno: ciascuno tenga il suo senza interferire in quello dell’altro, e l’indirizzo politico resti, com’è giusto, al governo. Se prevale la logica delle istituzioni e non quella sindacale, si può fare. I programmi, a differenza degli organici, non si colmano per concorso. Si colmano, se mai, sedendosi allo stesso tavolo.
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