Mai come in questo periodo l’Italia vive una fase di forte conflittualità politica, nella quale la maggioranza detta l’agenda mentre l’opposizione appare incerta e priva di una linea riconoscibile. Sullo sfondo si susseguono episodi drammatici che impongono una riflessione più ampia sullo stato della nostra democrazia e sulla qualità del confronto pubblico.

I nodi aperti sono numerosi. C’è la riforma elettorale, che dopo il fallimento alla Camera del voto sulle preferenze è tornata al Senato senza che la maggioranza sembri avere una soluzione condivisa. C’è il disegno di legge su sicurezza e immigrazione, ispirato a una logica di law and order prevalentemente repressiva, tuttavia, la preoccupazione maggiore resta la legittima difesa che potrebbe portare alla giustizia fai da te. E c’è il capitolo della giustizia: Fratelli d’Italia e Lega sembrano orientati a recuperare l’impostazione dell’ex ministro pentastellato Alfonso Bonafede sulle intercettazioni, con un utilizzo estensivo dello strumento investigativo – pesca a strascico- accogliendo la proposta del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Antonio Tajani ha espresso la propria contrarietà.

L’emergenza permanente che non esiste

Si continua a ragionare come se il Paese fosse immerso in uno stato di emergenza permanente, quando, in realtà, tale condizione non sussiste. Proprio per questo viene da chiedersi quale sia oggi il significato politico della riforma della magistratura voluta da Giorgia Meloni e del successivo referendum, conclusosi con una sconfitta. A rendere ancora più teso il clima contribuiscono casi che hanno animato il dibattito pubblico, da Roggero a Fakir fino, last but not least, al caso Ranucci.
Ma, sul piano politico, il tema che suscita maggiore attenzione resta quello rappresentato da Roberto Vannacci. Fortunatamente l’ex generale costituisce un caso isolato all’interno delle Forze Armate. Diversamente, ci sarebbe davvero motivo di preoccupazione.

La storia italiana offre precedenti che invitano alla prudenza: basti ricordare il Piano Solo del generale De Lorenzo e il tentativo di golpe del comandante Borghese del 1970, poi raccontato con ironia da Mario Monicelli nel film Vogliamo i colonnelli. Le istituzioni repubblicane, tuttavia, hanno dimostrato nel tempo di possedere solidi anticorpi democratici, capaci di impedire derive autoritarie. Vannacci si è collocato sulla destra della destra. Politicamente rappresenta un miscuglio di putinismo, trumpismo e nazionalismo identitario e neo staracismo. Guarda al passato con lo specchietto retrovisore, ma utilizza con disinvoltura gli strumenti più moderni della comunicazione, compresa l’intelligenza artificiale, come dimostra la provocazione che lo ritrae nelle vesti di un imperatore romano.

Il bivio di Meloni

Anche in questo riecheggia il metodo comunicativo di Donald Trump. I sondaggi, veri o presunti che siano, indicano una crescita di Futuro Nazionale, e questo è un problema che Giorgia Meloni non aveva mai realmente messo in conto. Per la prima volta si trova a fronteggiare un concorrente alla propria destra. Sul piano europeo, inoltre, la distinzione è netta: Fratelli d’Italia appartiene al gruppo di destra di ECR mentre Futuro Nazionale guarda all’area della destra più radicale di ESN. La presidente del Consiglio si trova così davanti a un bivio. Da un lato deve contrastare Vannacci per non perdere la leadership del centrodestra; dall’altro sa che, in uno scenario privo di una maggioranza autosufficiente, i suoi voti potrebbero diventare decisivi. È una partita politicamente delicata.

Inseguire Vannacci sul terreno del populismo significherebbe mettere a rischio quell’elettorato moderato che ha consentito a Meloni di arrivare a Palazzo Chigi. Non è un caso che, negli ultimi giorni, abbia scelto di schierarsi apertamente sul caso Roggero e in difesa degli agenti coinvolti nella tragedia di Bologna. L’Italia attraversa una stagione nella quale sicurezza, giustizia, immigrazione e rappresentanza politica si intrecciano in un clima di crescente tensione. Proprio per questo la politica dovrebbe abbassare i toni, recuperare il senso delle istituzioni e offrire soluzioni, non alimentare contrapposizioni permanenti. Perché una democrazia non si misura dalla forza degli slogan, ma dalla capacità di governare la complessità senza rinunciare alle libertà, alle garanzie e all’equilibrio tra i poteri dello Stato.