Nel gennaio del 1987, a dibattimento in corso, Leonardo Sciascia scrisse sul Corriere l’articolo più insultato della storia del giornalismo italiano: quello sui professionisti dell’antimafia. Fu trattato da nemico, lui che la mafia l’aveva raccontata quando negarla era la regola. Diceva una cosa semplice e intollerabile: che l’antimafia poteva diventare uno strumento di potere, una carriera, una rendita di posizione. Quarant’anni dopo, è difficile trovare una pagina più profetica. E la prova sta in un paradosso che conosco da vicino: l’uomo che dell’antimafia aveva costruito il fondamento giuridico — il presidente che trasformò il teorema in giudicato — non divenne mai un professionista dell’antimafia. Per questo fu dimenticato.

Bisogna intendersi su che cosa vinse, davvero, nel maxiprocesso. Non vinse la durezza: diciannove ergastoli li avrebbe saputi infliggere chiunque, e non sarebbero sopravvissuti al primo grado di impugnazione. Vinse l’equilibrio. Un giudice terzo e sereno, equidistante dalle parti, che pretese la formazione della prova nel contraddittorio, vagliò i pentiti riscontro per riscontro, assolse centoquattordici imputati e proprio per questo consegnò alla Repubblica condanne inattaccabili. Era il metodo di Falcone e Borsellino — l’analiticità, la scientificità, l’ossessione del riscontro — saldato al metodo di mio padre: la regola applicata a tutti, con cortesia inflessibile. La serenità non era una virtù decorativa: era l’arma.

È esattamente ciò che l’antimafia successiva ha smarrito. Dopo le stragi, nel trauma e nell’emergenza, nacque un’antimafia diversa: muscolare, mediatica, emergenziale per vocazione e non per necessità. Cambiò l’imprinting: al riscontro analitico si sostituì, troppe volte, il teorema autosufficiente; alla terzietà, il protagonismo; alla giurisdizione, la militanza. Non è un processo alle persone, perché un modo di vivere la magistratura si giudica dai risultati. La stagione che a Palermo si aprì nel 1993 con il procuratore Caselli — magistrato che ha fatto il suo lavoro, con una caratterizzazione politica peraltro mai nascosta — va misurata così, alla prova dei processi: quanti vinti, quanti persi. I grandi teoremi sui rapporti tra mafia e politica, annunciati come rivoluzioni, si chiusero dopo calvari decennali con assoluzioni e prescrizioni; e la condanna simbolo di quella stagione, Contrada, sarebbe stata demolita a Strasburgo.

Il maxiprocesso aveva vinto distinguendo; quella antimafia perse generalizzando. Ma più dei processi ricordo il clima, perché lo respirai da praticante nelle aule palermitane: gli avvocati che scioperavano denunciati per interruzione di pubblico servizio; perfino comunicare con la procura era diventato complicato; e un difensore doveva quasi scusarsi di assistere un imputato — cioè, fino a sentenza, un presunto innocente. Il garantismo, che è semplicemente l’applicazione della Costituzione, cominciò a essere trattato come indizio di contiguità. Quel clima fu l’incubatrice culturale del giustizialismo che vent’anni dopo avrebbe trovato la sua forma politica compiuta nella stagione pentastellata, e la sua radice è la stessa della politicizzazione che oggi, con le prese di posizione dell’ANM su ogni riforma, è sotto gli occhi di tutti: una magistratura che scende in campo smette, per definizione, di essere equidistante. Vassalli lo aveva scritto: il processo accusatorio non funziona se le parti non sono equidistanti dal giudice. Vale anche fuori dal processo.

Poi ci sono quelli che con Caselli non c’entrano nulla, perché non rappresentano un’idea sbagliata ma un crimine: l’antimafia diventata affare. Antonello Montante, paladino confindustriale della legalità che dossierava le persone, condannato. Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione che aveva fatto delle amministrazioni giudiziarie un sistema clientelare, condannata e radiata. Quella zona grigia l’avevo vista da vicino: difendevo commercianti estorti che il fondo antiracket respingeva, mentre le pratiche sponsorizzate dalle associazioni giuste passavano. L’antimafia come hortus conclusus: dentro, benefici e patenti di legalità; fuori, il sospetto. Sciascia, appunto.
E c’è il tradimento più atroce, quello che porta il nome di via D’Amelio: il più grave depistaggio della storia repubblicana, come lo hanno definito le sentenze. Un falso pentito costruito a tavolino, Vincenzo Scarantino, e uomini dello Stato che lo confezionarono mentre il sangue di Borsellino era ancora caldo. Ecco il punto che nessuno vuole vedere: se fosse rimasto in vigore il metodo del maxiprocesso — il vaglio spietato dei riscontri, il «no, lei deve parlare» detto a Buscetta — Scarantino non avrebbe retto un’udienza. Il depistaggio fu possibile perché l’antimafia dell’emergenza aveva sostituito la fretta al riscontro e il risultato alla verità. Chi tradì Borsellino tradì, insieme, il suo metodo.

Il doppio binario, nato come eccezione di guerra, è intanto diventato un sistema permanente: misure di prevenzione fondate su pericolosità presunte, confische che colpiscono patrimoni e famiglie a decenni dai fatti, automatismi ostativi. Non lo dice un avvocato di parte: lo dice la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha censurato l’Italia a ripetizione. Il caso che conosco meglio porta un nome ancora tabù a Palermo: Bruno Contrada, condannato per un concorso esterno che per Strasburgo, all’epoca dei fatti, non era prevedibile. Io non mi sono mai occupato dei fatti di Contrada: mi sono occupato di far eseguire una sentenza della Corte Europea che lo Stato italiano si rifiutava di applicare. Ci sono voluti sette gradi di giudizio, fino alla Cassazione del 2017 che revocò la condanna. Era una battaglia di pura legalità, la traduzione esatta dell’insegnamento paterno: le sentenze si eseguono, anche quando non piacciono. Palermo non la prese così. Il figlio del presidente del maxiprocesso che difendeva i diritti di un «traditore» divenne lui stesso un traditore: colleghi che non salutano più, inviti che non arrivano, uno studio trasferito a Milano per non far pagare ai clienti il pregiudizio contro il difensore. E la «mafiosità», come un contagio, risalì fino a mio padre: un anno, dopo la revoca della condanna di Contrada, il presidente del maxiprocesso non fu invitato alla commemorazione del 23 maggio. Il processo che si celebra ogni anno in quell’aula bunker che lui aveva governato per ventidue mesi.

Quando morì, il 12 luglio 2021, chiesi che gli fosse intitolata l’aula che aveva presieduto. Dalla presidenza della Corte d’Appello mi arrivò una risposta che consegno alla storia così com’è: «Non ci mancano morti ai quali dedicare aule». Già al pensionamento, nel 2000, lo Stato locale lo aveva salutato a modo suo: un telegramma che gli revocava la scorta, come se il presidente del maxiprocesso avesse smesso di essere un bersaglio il giorno della quiescenza. Lui non protestò. Fece quello che aveva sempre fatto: si ritirò come Cincinnato, tra i suoi versi, i suoi studi di filosofia, il suo Čajkovskij. Altri protagonisti di quella stagione hanno fatto, legittimamente, carriere politiche e istituzionali; lui non era destinato a farne, e non ne cercò. La toga, diceva, non conferisce superiorità morale; il potere si attraversa senza farsene intossicare. Toccò ad altri, più alti, rimediare all’ingratitudine di Palermo: Ciampi lo aveva fatto Cavaliere di Gran Croce; Mattarella, alla sua morte e poi nel secondo anniversario, scrisse di un «magistrato integerrimo» che «dopo il rifiuto di alcuni colleghi» accettò il maxiprocesso «assicurando l’applicazione del diritto con coraggiosa fermezza». E il tribunale di Palermo, con i presidenti Balsamo e Morosini, gli ha intitolato la biblioteca e la prima sezione civile. La memoria, quando è negata dai contemporanei, sceglie strade più lente.

Devo al lettore, per onestà, anche il conto privato. Il maxiprocesso ha attraversato i corpi della mia famiglia: l’adolescenza blindata mi lasciò in eredità un’anoressia di cui guarii solo a Milano, e più tardi gli attacchi di panico; mio padre pagò con un cuore che i medici definirono precocemente invecchiato dallo stress. E il clima non è un ricordo d’epoca: pochi anni fa, in un tribunale del Nord, un presidente di collegio mi apostrofò in udienza con un «qui siamo in un paese civile, non siamo a Palermo». Pretesi la verbalizzazione, agii in giudizio, destinai il risarcimento a una borsa di studio per i ragazzi poveri di Palermo; quel magistrato lasciò la magistratura. Racconto l’episodio non per rivalsa, ma perché dice una cosa precisa: il pregiudizio contro Palermo è l’altra faccia della retorica antimafia. Chi riduce una città a marchio d’infamia e chi la riduce a passerella commemorativa commette lo stesso errore: ha smesso di distinguere. E distinguere, come si è visto, era tutto il segreto del maxiprocesso.

Resta la domanda che attraversa queste quattro puntate: che cosa abbiamo fatto della vittoria del 16 dicembre 1987? Abbiamo costruito un’industria della memoria che celebra i morti e dimentica i vivi che li hanno affiancati; un’antimafia che si misura in convegni e non in riscontri; una giustizia in cui la serenità del giudice — quella serenità che fece tremare la cupola più di ogni proclama — è merce rara. Eppure la lezione è lì, semplice, a disposizione di chiunque voglia raccoglierla: la vera lotta alla mafia non è una battaglia ideologica, è l’applicazione serena e coraggiosa della legge. Sempre. Anche quando non conviene. Mio padre la chiudeva con Camus, che amava: «Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate». L’inverno dell’antimafia tradita dura da trent’anni. Ma l’estate — quella di un timido civilista che disse sì mentre dieci colleghi dicevano no — non è mai stata vinta. Aspetta solo chi abbia il coraggio di tornare a viverla.

(4 — fine)

www.stefanogiordanoepartners.it