Nel saggio L’irregolare- una vita di Gianni De Michelis (Marsilio editore), Paolo Franchi racconta di aver partecipato, nel 1991, con altri colleghi giornalisti d’antan ad una cena con De Michelis, durante la quale l’uomo politico socialista, allora ministro degli Esteri, li aveva colti di sorpresa predicendo, sulla base di una quantità di cifre fino ad allora inedite ed ignorate, che entro venti anni le grandi migrazioni, ancor più dell’ambiente, sarebbero divenute il problema dei problemi: a milioni avrebbero attraversato, magari a nuoto, il Mediterraneo destinato a divenire il confine tra il Nord e il Sud del mondo. L’autore aggiunge che i colleghi furono colti di sorpresa tanto da restare in silenzio perché non vi era ancora la percezione non solo della gravità, ma anche dell’esistenza stessa del dramma delle migrazioni.

Quanto è accaduto a Ceuta rappresenta una svolta non solo per l’emergenza umana che si è creata, per le conseguenze politiche che ne sono seguite in una sorta di domino che ha attraversato tutta l’Europa; ma soprattutto per l’impotenza emersa nel venirne a capo. Occorre prender atto che le migrazioni sono una questione irrisolvibile per tanti motivi. Tra le popolazioni esistono vasi comunicanti tra un Sud dove sono prevalenti le generazioni giovani e un Nord in pieno declino demografico: un Sud povero, nonostante le enormi ricchezze naturali di cui dispone ed un Nord benestante con stili e modelli di vita di per sé attrattivi. Ma il paradosso è ancora un altro: il Nord stretto nella morsa della denatalità e dell’invecchiamento, non può fare a meno dell’apporto di lavoratori stranieri, ma non è stato capace di trovare il modo per fare fronte a queste esigenze con procedure regolari.

Di fronte all’assenza di una strategia politica delle forze di sinistra, di fatto tolleranti se non colluse (si veda il caso della Francia) con l’immigrazione clandestina, le forze di destra assumono, per scopi di consenso elettorale i risvolti negativi delle migrazioni non governate e le preoccupazioni che si scaricano sulle popolazioni native più emarginate. Lo abbiamo visto in Italia: mentre la sinistra ha accusato, con superficialità, la maggioranza di strumentalizzare, a fini interni, come se il caso di Ceuta non fosse un problema, la destra si appresta a mettere al centro della sua campagna elettorale i successi (pur sempre parziali) nei respingimenti e nei rimpatri. Ancorché necessarie, queste misure non risolvono il problema del fabbisogno di manodopera. Ora gli stranieri arrivano magari con un permesso turistico (i disperati che attraversano il mare sono una minoranza) scaduto il quale si imboscano in attesa di ottenere un permesso di soggiorno stabile. L’unica procedura gestita, sia pure con l’alea del click day, è quella relativa al lavoro stagionale.

La destra deve trovare il coraggio politico di rivedere la legge Bossi-Fini perché un’impresa non può essere costretta ad assumere uno straniero sulla base di regole che somigliano a quelle di un matrimonio per procura. Nell’immediato secondo dopoguerra, quando in Europa c’erano 11 milioni di profughi (molti dei quali fuggiti dai regimi comunisti dell’Est) fu istituito il CIME (Comitato intergovernativo delle migrazione europee): una sede in cui – tra i Paesi che avevano bisogno di manodopera e quelli che avevano dei problemi di sovrappopolazione, rispetto alle condizioni economiche e sociali di quei tempi – venivano concordate delle quote attribuite ai vari paesi, con l’indicazione anche dei profili professionali richiesti.

Certo, il fenomeno delle migrazioni oggi ha delle cause e delle dimensioni che non sono risolvibili, se non in parte, attraverso la predisposizione e l’organizzazione di corsie di accesso regolari. Ma almeno potrebbero servire a coprire in buona parte il fabbisogno di manodopera accertato, stabilendo che la formazione avvenga nei Paesi di origine mediante corsi di lingua italiana e il conseguimento di una qualifica professionale. Le strutture che oggi operano nel campo dell’accoglienza – e che lamentano le conseguenze economiche del calo degli sbarchi – potrebbero riconvertire la loro mission con attività di addestramento nei paesi di origine.