Una sessantina di detenuti coinvolti, un intero reparto occupato, materassi e letti utilizzati per bloccare gli accessi, olio versato sui pavimenti. Quattro arresti e una decina trasferiti d’urgenza. Il tutto, per non farsi mancare nulla, trasmesso in diretta su TikTok.

È quanto accaduto al carcere Don Bosco di Pisa, teatro mercoledì sera di una violenta protesta, tornata sotto controllo soltanto all’alba di ieri. La rivolta era esplosa dopo il ritrovamento di alcuni sistemi di intercettazione all’interno delle celle. Immediatamente i detenuti avevano iniziato a barricarsi nel reparto, utilizzando letti e materassi per impedire l’accesso agli agenti. Nei corridoi era stato versato dell’olio sul pavimento, rendendo ancora più complicato l’intervento del personale. La tensione era salita con il passare delle ore, mentre all’esterno dell’istituto arrivavano rinforzi della Polizia penitenziaria, della Polizia di Stato e dei carabinieri. “Il problema è che qualsiasi cosa succeda all’interno scatena l’ira di Dio perché il carcere è al collasso e qualsiasi situazione fa partire una protesta pesante”, ha commentato il garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, ex deputato del Pd ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura.

La protesta, per la prima volta, ha trovato anche una finestra verso l’esterno attraverso i social. Un detenuto è riuscito infatti a utilizzare uno smartphone introdotto illegalmente nell’istituto e ha trasmesso in diretta su TikTok le immagini degli scontri. Nei video, che hanno raccolto migliaia di visualizzazioni, alcuni detenuti si erano rivolti ai numerosi followers per denunciare le violenze da parte degli agenti penitenziari, accusati di averli colpiti con i manganelli. Dal ministero della Giustizia, comunque, erano stati inviati a Pisa i negoziatori della Polizia penitenziaria, mentre altre unità erano pronte a intervenire nel caso in cui la mediazione non fosse andata a buon fine. Il confronto è però proseguito senza arrivare allo scontro, grazie alla lunghissima opera di mediazione condotta dalla direttrice del carcere e dalla garante dei detenuti di Pisa, che ha consentito di stemperare gli animi. “Per fortuna non c’è stato nessun ferito”, ha sottolineato Fanfani. Restano ora da ricostruire con precisione le fasi della protesta e le responsabilità. Gli investigatori dovranno inoltre accertare cosa fossero esattamente i dispositivi trovati nelle celle, chi li abbia installati, con quali finalità e nell’ambito di quali eventuali attività investigative. Il reparto nel quale sono stati trovati è destinato ad accogliere i detenuti in attesa di giudizio.

C’è poi un’altra domanda: come è stato possibile che all’interno del carcere venisse utilizzato uno smartphone per trasmettere in diretta la rivolta? Una questione che ora dovrà essere chiarita insieme a quella, più ampia, relativa ai controlli all’interno dell’istituto. La notte del Don Bosco riporta così al centro le condizioni complessive del carcere pisano. Secondo i dati diffusi dalla Uil Fpl Polizia penitenziaria, nell’istituto ci sono oltre 300 detenuti a fronte di una capienza di 185 posti, mentre gli agenti assegnati sarebbero 185 rispetto ai 347 ritenuti necessari dal sindacato. “Il carcere è al collasso”, è stata la sintesi di Fanfani.

Dopo quattro anni di governo, il problema del sovraffollamento delle carceri è ormai diventato strutturale. E sul fronte dei nuovi posti disponibili arriva anche una doccia fredda sul piano delle caserme dismesse. Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio di utilizzare alcune infrastrutture militari non più operative per aumentare la capienza penitenziaria, infatti, non ha prodotto finora neppure un posto in più. La scorsa settimana, poi, è arrivato quello che appare come lo stop definitivo: durante un’audizione, il capo di Stato maggiore della Difesa, Carmine Masiello, ha spiegato che l’Esercito non è nelle condizioni di cedere le infrastrutture richieste. “Purtroppo quei tempi sono cambiati e non siamo più in grado di cedere alcunché”, ha affermato Masiello.

Una posizione motivata anche dal mutato scenario internazionale e dal contesto attuale, che “impone di ripensare l’approccio seguito finora nella dismissione delle infrastrutture militari”, tenendo conto di “interessi di sicurezza nazionali su cui vale la pena soffermarsi”.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere