Le elezioni
La Svezia al voto: dal folkhenmet alla remigrazione. L’SD pronto a entrare nella stanza dei bottoni
La Svezia che domenica 13 settembre va alle urne non decide soltanto quale maggioranza guiderà il Paese. In gioco c’è qualcosa di più profondo: l’idea stessa di società costruita dalla socialdemocrazia nel corso del Novecento e oggi sottoposta a una trasformazione che potrebbe portare per la prima volta i Democratici svedesi direttamente al governo.
Il partito di Jimmie Åkesson, forza della destra radicale e secondo partito del Paese, è oggi anche il primo del blocco di destra nei sondaggi, davanti ai Moderati del premier Ulf Kristersson. Dal 2022 attraverso l’accordo di Tidö sostiene dall’esterno l’esecutivo di centrodestra guidato da Kristersson, esercitando un’influenza soprattutto sulle politiche migratorie e di sicurezza, ma ora punta a entrarvi direttamente. E il premier ha già dichiarato di essere disposto ad accoglierlo nella maggioranza in caso di vittoria del fronte conservatore.
La partita, però, resta aperta: i Socialdemocratici conservano un leggerissimo vantaggio di 2-3 punti percentuali negli ultimi sondaggi e la formazione del prossimo governo potrebbe rivelarsi complicata. A rendere ancora più incerta la partita è la posizione del Centre Party, forza liberale che non vuole governare né con i Democratici svedesi né con la Sinistra e potrebbe quindi risultare decisiva nella formazione del prossimo governo.
Ma dietro la matematica parlamentare si nasconde una domanda più grande: che cosa resta della Svezia del Folkhemmet e chi ha oggi il diritto di definirne i confini?
Per gran parte del Novecento la socialdemocrazia non è stata semplicemente uno dei partiti al governo. Ha contribuito a costruire l’idea stessa di società svedese. Il Folkhemmet, la “casa del popolo”, si fondava su solidarietà, universalismo, uguaglianza, piena occupazione e un ruolo forte dello Stato. Il welfare non era soltanto un insieme di prestazioni: era una delle forme attraverso cui si definiva il rapporto fra individuo e comunità.
Anche quando la destra arrivava al potere, gran parte di quell’eredità era ormai diventata patrimonio nazionale. Olof Palme ne è forse il simbolo più riconoscibile: il premier socialdemocratico, internazionalista e progressista, assassinato a Stoccolma nel 1986. La sua morte rappresenta una cesura e un trauma nella memoria collettiva di un Paese che aveva costruito anche sulla sicurezza, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla coesione sociale una parte della propria identità.
Quella Svezia, però, aveva già cominciato a cambiare.
È negli anni Novanta, con la grande crisi economica del 1991-93, che il Folkhemmet comincia a cambiare pelle. Il modello universalistico costruito dalla socialdemocrazia viene progressivamente riformato: più disciplina di bilancio, maggiore spazio al mercato e ai privati, nuove condizioni di accesso alle prestazioni. L’ingresso nell’Unione europea nel 1995 inserì inoltre il Paese in un quadro economico e politico più integrato.
La Svezia rimase un Paese con un welfare forte, ma non era più quella dell’epoca d’oro della socialdemocrazia. E mentre il modello economico si trasformava, cambiava anche la società.
La Svezia conosce una prima grande trasformazione migratoria negli anni Settanta, quando all’immigrazione per lavoro si sostituisce progressivamente quella legata all’asilo e al ricongiungimento familiare. Negli anni Novanta il cambiamento accelera: le guerre nella ex Jugoslavia provocano un’imponente ondata di arrivi, mentre aumentano anche i flussi dal Medio Oriente. Dall’Afghanistan, dall’Iraq. Fino all’ondata del 2015, quando a seguito anche della crisi siriana, la Svezia fu travolta da 160mila richieste d’asilo. Per anni il multiculturalismo fu considerato una componente acquisita della nuova società svedese. Poi emersero le prime crepe: segregazione urbana, disuguaglianze, difficoltà di integrazione, differenze nell’accesso al lavoro. E, in alcune aree, una criminalità organizzata sempre più strutturata.
Oggi sicurezza, coesione e immigrazione costituiscano un unico campo di battaglia politico. È precisamente dentro questa frattura che i Democratici svedesi hanno costruito la propria crescita.
Fondato nel 1988 e segnato alle origini da ambienti dell’estrema destra e del neonazismo, l’SD è passato dalla marginalità alla centralità del sistema politico svedese. Nel 2022 è diventato il secondo partito del Paese. Nel frattempo, molte delle sue battaglie sono entrate nell’agenda del centrodestra e, almeno in parte, nel dibattito degli stessi Socialdemocratici.
È qui che la sfida dell’SD alla tradizione socialdemocratica diventa più interessante. La domanda non è più soltanto quanto Stato sociale debba esistere, ma chi debba essere incluso nella comunità che quello Stato protegge.
La vecchia «casa del popolo» si fondava sull’universalismo. L’SD costruisce la propria narrazione mitica su una nostalgia selettiva del Folkhemmet: prende un modello storico realmente esistito, ma attribuisce soprattutto all’immigrazione la perdita di una coesione che era stata già erosa, prima ancora, dalle trasformazioni economiche e dalle riforme del welfare degli anni Novanta.
Secondo l’istituto nazionale di statistica svedese, nel 2025 le persone nate all’estero erano circa 2,21 milioni, pari al 20,8% della popolazione. Ma soltanto l’8% circa dei residenti aveva cittadinanza straniera: una parte consistente di chi è nato all’estero è diventata cittadina svedese.
Ma la proposta di «remigration» si colloca populisticamente dentro un’altra logica. Da una parte il ritorno di chi non ha diritto legale a rimanere in Svezia; dall’altra incentivi economici per chi sceglie volontariamente di tornare nel Paese d’origine. Dal gennaio 2026 il governo ha portato fino a 350 mila corone il contributo per il rimpatrio volontario destinato a determinate categorie di residenti con permesso di soggiorno per motivi di protezione. 25 mila corone per minore. Ad oggi solo 171 persone hanno accettato. L’SD vorrebbe estendere il programma anche agli immigrati naturalizzati, offrendo incentivi a chi accetti volontariamente di rinunciare alla cittadinanza svedese.
È un passaggio che dice molto della trasformazione in corso. In Svezia il conflitto politico non riguarda più soltanto la quantità di welfare, ma il principio che stabilisce chi appartiene alla comunità nazionale e, quindi, chi ha titolo a beneficiarne.
La questione della sicurezza rafforza ulteriormente questa trasformazione. La criminalità delle gang ha imposto il tema dell’ordine pubblico al centro dell’agenda politica. Ma è soprattutto l’invasione russa dell’Ucraina ad avere prodotto un altro trauma e un’altra cesura nella storia recente del Paese.
Nel 2024 la Svezia è entrata nella NATO, abbandonando oltre due secoli di non-allineamento militare. Una scelta che ha modificato radicalmente la percezione della sicurezza nazionale e spinto Stoccolma verso il riarmo e un sostegno massiccio all’Ucraina.
L’adesione alla NATO e il sostegno a Kiev non costituiscono oggi la principale linea di frattura elettorale. La Svezia ha fornito a Kiev circa 156 miliardi di corone dal 2022, di cui 128 miliardi in sostegno militare, e ha previsto un quadro di 80 miliardi per il sostegno militare nel biennio 2026-2027.
Il problema riguarda piuttosto quanto a lungo la Svezia sia disposta a sostenere lo sforzo bellico, con quali risorse e quale equilibrio debba trovare fra sicurezza, riarmo e spesa sociale.
L’SD, nel frattempo, è cambiato anche su questo terreno. Da posizioni un tempo più ostili alla NATO è arrivato a sostenere l’Alleanza e l’Ucraina. Nonostante tra le sue fila militino esponenti e collaboratori con posizioni e rapporti filorussi: un caso recente ha riguardato una collaboratrice del partito accusata di aver diffuso disinformazione filorussa e di aver mantenuto rapporti con ambienti vicini al Cremlino. Ma ormai il partito si è trasformato da forza di protesta a forza che aspira a governare.
È questa la vera posta in gioco del voto. Se i Democratici svedesi entreranno nel governo, non sarà semplicemente la storia di un partito radicale che conquista improvvisamente il potere. Sarà il momento istituzionale di una trasformazione cominciata molto prima. Dal 2022 l’SD contribuisce già a orientare le politiche del Paese senza sedere formalmente al tavolo del governo. L’ingresso nell’esecutivo renderebbe visibile, e irreversibile, una parte di quel cambiamento.
Per questo le elezioni del 13 settembre possono essere lette come qualcosa di più di una sfida fra blocchi. La domanda riguarda la fine — o la trasformazione — di un modello che per decenni ha definito la Svezia.
L’eventuale ingresso dell’SD al governo potrebbe rappresentare una rottura storica. Ma potrebbe anche essere, più semplicemente, la formalizzazione di un processo già in corso: la destra radicale ha smesso di limitarsi a contestare il modello svedese e ha cominciato a ridefinirlo.
La domanda, allora, non è soltanto chi governerà la Svezia.
È chi farà ancora parte della sua «casa del popolo» e quale idea di Svezia quella casa sarà chiamata a rappresentare nel XXI secolo.
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