Confondere il voyeurismo con il diritto di sapere
La televisione-tribunale non cambierà mai, più difficile congedare il Ranucci che è in noi: quello che aspetta un’inchiesta avendo già emesso la sentenza
Aldo Grasso, sul Corriere, ha scritto ieri la cosa più giusta sul caso Ranucci-Lavitola: la credibilità non si perde con una sentenza penale, si incrina prima, quando il pubblico comincia a chiedersi se dietro la voce che racconta i fatti non ci sia, soprattutto, il bisogno di raccontare sé stessi. È così, anche se c’è un punto che Grasso sfiora e va portato fino in fondo. Il problema non è Ranucci in sé. Il problema è il Ranucci che è in noi.
Lo dico in maniera che suonerà antipatica e supponente, ma è la verità: io Report non l’ho mai guardato. Vedo pochissima TV (mai quella generalista, infestata di gente che si parla addosso). Non leggo sui giornali cronache di delitti o di processi. Mi fa piuttosto schifo — la parola è questa — quel giornalismo che alleva il nostro voyeurismo, che scava nel dolore altrui e ne fa intrattenimento, che trasforma il sospetto in un genere di consumo. Sarò snob? E chi se ne frega. Diffido delle telecamere nascoste e degli audio carpiti quanto del moralismo d’accatto, delle patenti di onestà distribuite da chi non ha mai avuto dubbi. Peraltro nella vita tendo sempre a fidarmi del prossimo, e ne sono lieto: chi sospetta di tutti vive male e forse — nel frattempo mi tocco — anche meno degli altri. Il sospetto è una condanna, non una virtù civica.
Non per questo sono autorizzato a chiamarmi fuori. I Ranucci non nascono dal nulla, e la domanda che li alimenta non l’ha inventata la televisione. La curiosità per gli affari altrui è vecchia quanto la specie, con nobili credenziali evolutive: sapere chi tradisce, chi mente, chi trama nel clan accanto fu per millenni questione di sopravvivenza.
Il pettegolezzo, dicono gli antropologi, è il collante delle prime comunità umane. Niente scandalo, dunque. Il punto è che quell’istinto artigianale, consumato al mercato e sul sagrato, i media di massa lo hanno industrializzato. La televisione ha preso la comare del vicolo e le ha dato uno share, una sigla, un prime time. E come la fame diventa junk food e il desiderio pornografia, la curiosità prodotta in serie alimenta un palinsesto che nella TV italiana (anche altrove? Non so se nella stessa misura…) ha ormai un albero genealogico glorioso: da Samarcanda con Santoro che processa il Palazzo in diretta, al Telefono giallo di Augias che ci fa tutti detective, da Un giorno in pretura a Chi l’ha visto?, dai plastici di Cogne a Porta a Porta fino a Storie maledette, Quarto Grado, Le Iene col microfono puntato come una pistola. Ogni epoca ha la sua televisione-tribunale. Cambiano reti, volti, grafiche, il meccanismo resta: la tesi precede i fatti, i fatti vengono arruolati, e lo spettatore incassa una merce preziosa, la sensazione di stare dalla parte giusta.
Resta il fatto che quella merce la compriamo noi. I mille Ranucci di ogni stagione vivono della nostra curiosità morbosa, del piacere sottile di guardare gli altri dal buco della serratura sentendoci, per il solo fatto di guardare, migliori di loro. Il moralismo televisivo è un vizio di massa travestito da servizio pubblico: chiediamo garanzie — “fidati, ho controllato per te”, scrive Grasso — sapendo che chi ha il telecomando in mano finisce sempre assolto. Per questo la parabola di Ranucci, comunque vada in tribunale, non chiuderà niente. Un istinto così antico non si abolisce per decreto, né lo estirpa una commissione di vigilanza.
Ci si può solo vaccinare, con piccoli gesti di igiene mentale che sarebbe bello diffondere. E cioè chiedersi, davanti a ogni esclusiva minchiata, urlata o sussurrata: “Ho proprio bisogno di saperla o soltanto voglia di guardarla?”. Finché confonderemo il sospetto con la vigilanza democratica e il voyeurismo con il diritto di sapere, ci sarà sempre un giornalista pronto a incarnare quella domanda. Si può cambiare conduttore, formula, programma. Più difficile è congedare il Ranucci che ci portiamo dentro: quello che aspetta famelico un’inchiesta avendo già emesso la sentenza.
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