Quando si vota? A settembre? No, ad aprile, comunque in primavera. Ma non è folle per il centrodestra perdere sei mesi di governo? Forse sì, ma i sondaggi parlano chiaro. I sondaggi? Sì, i sondaggi, e poi c’è Reggio Calabria: lì si capirà molto. Reggio is the new Texas. Se il centrodestra vince, allora anche l’onda Vannacci non è così inarrestabile; se perde di poco e a vincere è il centrosinistra, allora suona l’allarme. Non ci sono vie di mezzo. “Siamo a redde rationem, Serafì”, avrebbe detto Mons. Colombo da Priverno, magistralmente interpretato da Nino Manfredi nel capolavoro di Luigi Magni In nome del Papa Re. Il conto alla rovescia è iniziato, e il centrodestra aspetta di capire se attraverserà la campagna elettorale con il vento in poppa o con il mare in tempesta.

Le suppletive di Reggio Calabria saranno il primo vero test al cardiopalma. Un seggio più che sicuro nel Texas d’Italia dove, prima che Vannacci il sabotatore sfruttasse abilmente tensioni locali e umane ambizioni, la scelta era tra Forza Italia e Forza Italia. Ora invece, con il terzo incomodo, la sinistra calabrese potrebbe resuscitare beneficiando dello sgambetto a destra. Se poi il muro blu dovesse reggere nonostante Vannacci, allora tutto — anche nella percezione diffusa — cambierebbe. Il rischio panico con effetti autolesionisti è l’unico vero nemico del centrodestra.

Per Forza Italia è anche un test interno, dove la corrente guidata dal governatore Occhiuto ha subìto una scelta calata dall’alto a pochi mesi dalla grande vittoria di Francesco Cannizzaro alle amministrative. Quest’ultimo si sta spendendo senza sosta per evitare che l’errore imploda. Ma il tema in Forza Italia è ben più ampio e riguarda la leadership nazionale e il ruolo di Antonio Tajani, sempre più instabile ma che sembra destinato a godere di una sostanziale prorogatio de facto in vista di questa tornata elettorale. Del resto, con i tempi brevi e il clima incerto, cambiare leader non è il massimo; e poi chi prenderebbe in mano un partito alla vigilia delle elezioni senza la possibilità di imprimere un nuovo corso? Nessuno. Per questo sarà comunque Tajani a guidare gli azzurri e ad affrontare la campagna elettorale, soprattutto se saranno confermate le indiscrezioni che indicano in aprile la data delle urne (una follia che gli strateghi del centrodestra dovrebbero ponderare bene).

Le preferenze obbligano alla creazione di liste forti e costruite su candidati ancorati al territorio e non sulle segreterie romane. L’ora dei nominati e catapultati sembra — si spera — finita, e chi su questo ha scommesso con Fratelli d’Italia è stata l’anima centrista della coalizione, Noi Moderati di Maurizio Lupi. Realtà che, con abilità e lealtà alla causa meloniana, ha saputo costruire una sua agibilità politica e alla quale sembra necessariamente obbligato a guardare Luigi Marattin. Con le sue posizioni liberiste e afueriste non può guardare né a sinistra né all’accrocchio centrista che non ha in spirito e programma l’utilizzo della motosega mileiana. L’unica possibilità per non scomparire (non si fa la rivoluzione liberale con 12 persone) è costruire un percorso preservando la propria posizione all’interno di un contenitore politico moderato e non ideologico. Con l’ausilio di persone dotate di maggiore intuito politico ed esperienza, il Partito Liberaldemocratico potrebbe sopravvivere e non trasformarsi nell’ennesima meteora della galassia centrista destinata a scomparire. In più, una buona iniezione neoliberista farebbe bene anche al centrodestra. Bisogna però essere disposti all’uso della lima, altrimenti – arroccandosi sugli scogli – non si costruisce nulla.

Più la campagna elettorale si avvicina — o la si fa avvicinare — più i campanelli d’allarme iniziano a suonare, e qualcuno potrebbe essere colto da un leggero panico da urna; e il rischio, dopo il referendum, è alto. Ad oggi però ciò che può rafforzare il fronte conservatore è la consapevolezza che a sinistra è tutto in alto mare, ma di certo non può essere l’unica certezza. Come ha detto Giorgia Meloni, “dobbiamo fare di più e meglio”, che tradotto vuol dire che non ci si deve mai cullare sugli allori. Il pericolo è sempre in agguato come l’errore, soprattutto in politica dove il grigio è il colore dominante. La stabilità è la forza da rivendicare e da trasmettere con chiarezza agli elettori, ed è un punto su cui la sinistra non può garantire certezze.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.