"Per arrivare primi bisogna controllare Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia Islanda e Regno Unito"
La Via della seta ghiacciata, così la Cina sta per prendersi il Polo Nord: i nuovi equilibri in Tempesta, il libro di Mario De Pizzo
La notizia è del 12 agosto: la Cina ha inaugurato nell’Artico una nuova rotta commerciale chiamata “Ice Silk Road”, la Via della seta ghiacciata. Il tragitto ha l’obiettivo di aggirare i blocchi dello stretto di Hormuz passando a Nord per evitare i cosiddetti colli di bottiglia come lo Stretto di Malacca o il Canale di Suez. E’ un segnale strategico rilevante, che dice tanto della nuova centralità geopolitica della regione artica.
La questione è anche al centro di un libro uscito da poco per Luiss University Press, che per certi versi anticipa questo scenario di azioni strategiche. Lo ha scritto Mario De Pizzo e si intitola Tempesta: Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico. L’autore, giornalista del Tg1 Rai, è analista dell’Atlantic Council, tra i più autorevoli think tank di geopolitica a livello globale. La prefazione è firmata dall’ex ambasciatore italiano negli Usa Giampiero Massolo. Il titolo, Tempesta, richiama la drammaticità del contesto geopolitico, ma la chiave di lettura più sottile è espressa nel sottotitolo, che di fatto ridisegna la cartina della nuova centralità strategica dell’Atlantico, a dispetto della più comune opinione, che tende a guardare con più interesse verso il Pacifico.
Se Rejkyavik, capitale islandese, è il porto di accesso al Giuk Gap, Brest è la base dei sommergibili atomici di Francia, unica potenza nucleare dell’Unione europea dopo la Brexit; se New York è il simbolo della nuova prospettiva politica statunitense, non più multilaterale, Rabat diviene simbolo dell’aspirazione atlantica e occidentale del Marocco, pur tra tante potenziali contraddizioni, come confermano in questi giorni i fatti di Ceuta. Un libro attualissimo, dunque, ma anche in costante aggiornamento, come dimostrano la vicenda marocchina e la novità dell’Artico.
Cosa implica questa azione della Cina?
La nuova rotta polare è il segno di una Cina che vuole assolutamente partecipare alla corsa all’Artico. Non è un caso che si dichiari un “paese di vicinato Artico”, pur non avendo alcuna prossimità geografica col Polo Nord. L’approdo nel Regno Unito della ICE silk road – la via della seta di ghiaccio – a mio avviso dimostra che l’Atlantico Settentrionale può diventare nuovamente il centro della competizione globale, al pari o se non più di quanto non lo sia il Pacifico, con il Mare Cinese Meridionale e Taiwan.
E’ un segnale minaccioso quello della Cina?
Per ora si tratta di un interesse di tipo commerciale, ma c’è da aspettarsi che presto arriveranno lì anche i sottomarini. Nel Grande Nord sta partendo il gioco del gatto col topo tra cinesi e russi da un lato, e sommergibili americani, inglesi e francesi dall’altro. C’è da dire che, al di là della deterrenza nucleare, la via della seta di ghiaccio presenta molteplici difficoltà.
Quali sono?
Ad esempio, le compagnie rifiutano di assicurare se non a costi elevatissimi i cargo, di fronte al rischio di azioni piratesche. E poi è una rotta non infrastrutturata, priva di un vero sistema di porti, nonostante i progetti di Putin. La Russia, inoltre, rivendica il diritto di dover scortare le navi in transito con le proprie rompighiaccio. L’ennesima dimostrazione di un mondo in cui chiunque può imporre dei costi e nessuno può imporre un ordine. Anche a queste latitudini, così come ad Hormuz, la libertà di circolazione in mare, uno dei capisaldi del vecchio ordine mondiale, vacilla più che mai.
Perché l’Artico ridiventa così centrale?
Il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacciai rendono disponibili ingenti risorse energetiche e terre rare. Ad esempio, si stima che si tratti del 13% delle riserve di petrolio e del 30% delle riserve di gas naturale ancora non scoperte al mondo. E, soprattutto, materiali critici decisivi per la sfida tecnologica tra super potenze. Insomma l’Artico, con le sue risorse, può spostare gli equilibri tra Stati Uniti e Cina. Per arrivare primi, quanto meno ai nastri di partenza di questa corsa, bisogna controllare Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, margine settentrionale dell’Atlantico del Nord. Uno specchio d’acqua decisivo già nel secondo conflitto mondiale e durante la Guerra Fredda, nel confronto tra blocchi. L’Oceano dell’Occidente recupera così centralità strategica, ma non solo per questi motivi.
Per quali altri?
Anzitutto perché la rottura del patto tra Stati Uniti ed Europa, provocata da Trump, se portata all’estremo, rischia di essere il più grande fattore di disordine a livello globale. E poi perché viviamo una fase di interdipendenza armata. Siamo vulnerabili prima di tutto sul nostro territorio, gli attacchi ibridi potenziali ci costringono a dispiegare risorse per difendere le nostre infrastrutture critiche, prima di fare deterrenza in acque lontane. Oggi un drone di poche migliaia di euro può bucare scudi stellari che ne costano miliardi. Colpire navi cargo, cavi sottomarini, pipeline, centri di estrazione provocando shock energetici e alternando le catene di approvvigionamento.
Il suo libro permette di leggere anche i fatti di Ceuta in relazione a quanto accade complessivamente nell’area del Nord Africa?
Ceuta ci fa comprendere quanto siamo vulnerabili, ma è una crisi che in realtà può rappresentare anche un’opportunità per l’Occidente, una grande occasione per Stati Uniti ed Europa per tornare a occuparsi di Nord Africa con una strategia di stabilizzazione che parta anzitutto dalla Libia, lasciata ormai all’influenza di Egitto e Turchia. L’Europa ha bisogno che tutto quel quadrante fino al Sahel sia stabile. Per scongiurare pressioni migratorie incontrollate e infiltrazioni terroristiche molto pericolose. Questa nostra preoccupazione incontra anche gli interessi degli Stati Uniti: Washington infatti spera che il Sahel possa liberare le proprie terre rare e le proprie risorse strategiche nella competizione tecnologica con la Cina- come l’Artico. Ecco che l’interesse comune alla sicurezza dei margini dell’Atlantico del Nord – dal Sahel al Giuk Gap – può aprire una nuova strada di collaborazione tra Stati Uniti ed Europa, ora che il patto occidentale, nato dopo la seconda guerra mondiale, è di fatto finito.
Cosa è in gioco per noi europei e come siamo chiamati a metterci in gioco?
È in gioco la nostra sicurezza, ma anche la nostra credibilità e la tenuta stessa dell’Europa. La reazione alla vicenda di Ceuta non può essere di diffidenza reciproca e di divisione tra Paesi dell’Unione; del resto la strada della cooperazione allo sviluppo è una strada che l’Europa conosce bene e che deve recuperare anche per non alimentare una pericolosa rivalità tra Algeria e Marocco.
Quali sono i pericoli? E in che termini il Marocco può incidere per una stabilizzazione del Sahel?
Marocco e Algeria sono due paesi in grado di parlare e fare affari con tutti, non solo con attori occidentali. L’Algeria, in particolare, ha un forte legame strategico militare con la Russia, che può rappresentare un rischio per i paesi più vicini, come l’Italia. Putin provoca di continuo l’Europa, dal Baltico al Mediterraneo. Lo dico con la giusta dose di preoccupazione perché Algeri è un nostro partner strategico, come primo fornitore di gas, ma ora più che mai occorre cautela e non sbilanciarsi troppo. Quanto al Marocco, l’elemento più interessante è La strategia atlantica, lanciata dal Re Mohammed VI. Si tratta di una rete di porti e retroporti. L’obiettivo fondamentale è coinvolgere i paesi del Sahel, lavorando prima in loco ed esportando poi le loro risorse energetiche e terre rare. L’infrastruttura chiave di questo progetto è il porto di Dakhla, nel Western Sahara, territorio che il Marocco ritiene proprio, ma che in realtà è conteso dal fronte Polisario (movimento indipendentista del Sahara Occidentale) supportato dall’Algeria. Una vicenda non ancora del tutto chiarita, nonostante l’ultima risoluzione Onu propenda di fatto per una sovranità marocchina, non ancora riconosciuta. Risolvere questo conflitto può determinare nuovi rapporti tra Rabat e Algeri, necessari per stabilizzare il Sahel, aprire le sue risorse al mondo e generare cooperazione economica in una cintura di stati in forte crisi, preda di bande e ingerenze di milizie, come l’Africa Corps russo.
E’ questa la geografia aspirazionale del Marocco verso l’Atlantico, l’Europa, l’Occidente, di cui si parla nel libro?
Con la “strategia Atlantica” il Marocco dice al Mondo: “io sono altro rispetto ai miei vicini, sono un paese affidabile, aperto al dialogo e pronto a cooperare”. Ceuta in realtà mostra anche le fortissime contraddizioni di un paese, in cui è il modello sociale europeo a essere un’aspirazione, soprattutto per i più giovani. Lo scorso anno la Gen Z si è data appuntamento su Discord, una piattaforma social, per scendere in piazza e rivendicare uno stile di vita europeo con salari più degni, accesso ai saperi, ai diritti civili e sociali.
Eppure non manca qualche ambiguità…
Certo, il Marocco intrattiene forte relazioni anche con la Russia e con la Cina e con altri attori del sud globale. All’Onu Mosca e Pechino si sono astenute nella votazione sulla risoluzione per il Western Sahara, offrendo un segnale di collaborazione a Rabat. L’ambasciatore marocchino in Usa, Youssef Amrani, intervistato nel libro, parla di “surf marocchino”, cioè della loro particolare abilità a surfare nelle relazioni proprio perché consapevoli del nuovo peso specifico nello scacchiere internazionale. Ecco perché l’Europa deve essere abile a strutturare una relazione chiara con il Marocco senza pregiudicare i rapporti con l’Algeria.
C’è poi un’idea di fondo in questo libro, una sorta provocazione sull’identità dell’Occidente.
Nell’epoca della predazione, in cui sembrano dominare solo la logica del potere e della forza, noi dobbiamo essere consapevoli che l’idea alla base dell’Occidente è che non esiste alcun potere che non possa non essere limitato. E’ Giuliano Amato a ricordarlo, in un dialogo contenuto nel libro: è la regola che limita la forza e non il contrario. Non possiamo dimenticare che l’Occidente è nato dalle rivoluzioni gemelle inglesi e americane e si è poi rafforzato con la nascita delle corti costituzionali dopo l’orrore nazifascista, ribadendo che il nostro senso comune è nel temperamento del potere. Il nostro modello sociale vive di regole, di condivisione e di legittimazione reciproca, non di sopraffazione. E’ questo che permea le società delle due sponde dell’Atlantico, al di là delle tentazioni autoritarie che speriamo possano svanire presto.
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