Esteri
La visita di Xi Jinping in Corea del Nord: Kim vuole ricordare a tutti, Cina compresa, che non accetta più il ruolo di semplice protettorato
La visita di Xi Jinping a Pyongyang dell’8 e 9 giugno non è un esercizio di nostalgia comunista né un rituale diplomatico tra due regimi. È un’operazione geopolitica che riguarda gli equilibri dell’Asia nordorientale, la guerra in Ucraina e la competizione globale tra democrazie liberali e potenze autoritarie. Per la prima volta dal 2019, il leader cinese torna in Corea del Nord per incontrare Kim Jong Un. Il contesto, però, è radicalmente cambiato. Sei anni fa Pechino cercava di impedire che il dialogo diretto tra Donald Trump e Kim riducesse il proprio peso nella penisola coreana. Oggi la sfida è diversa: la Cina deve recuperare centralità nei confronti di un alleato che ha scoperto di poter giocare una partita autonoma grazie alla crescente cooperazione con la Russia di Vladimir Putin.
La guerra contro l’Ucraina ha trasformato Pyongyang in un partner strategico per Mosca. Munizioni, sistemi d’arma, supporto industriale e convergenza politica hanno rafforzato un asse che preoccupa non soltanto Washington, ma anche Pechino. Non perché la Cina voglia rompere con la Russia, bensì perché non intende vedere la Corea del Nord scivolare in una dipendenza privilegiata dal Cremlino. La visita di Xi nasce da questa esigenza. La Cina resta il principale polmone economico della Corea del Nord. Il commercio bilaterale è tornato vicino ai livelli pre-pandemia e i collegamenti logistici tra i due Paesi stanno riprendendo gradualmente. Nessun altro attore può offrire a Kim la stessa profondità economica, geografica e diplomatica garantita da Pechino. Ma la Corea del Nord del 2026 non è quella di un decennio fa. Kim si presenta al vertice da potenza nucleare de facto. Alla vigilia dell’arrivo di Xi, il regime ha ostentato nuovi programmi militari, rilanciando la produzione di materiale fissile e annunciando ambizioni navali sempre più aggressive. Non è propaganda casuale: è un messaggio negoziale.
Pyongyang vuole ricordare a tutti, Cina compresa, che non accetta più il ruolo di semplice protettorato. La questione centrale è dunque il controllo della traiettoria nordcoreana. Pechino non può permettersi un collasso del regime, che destabilizzerebbe il confine e rafforzerebbe la presenza americana nella regione. Allo stesso tempo non può apparire come sponsor incondizionato dell’espansione nucleare di Kim, perché ciò alimenterebbe ulteriormente il rafforzamento del triangolo strategico tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. È probabile che Xi punti a una formula di stabilizzazione pragmatica: più commercio, più dialogo politico e maggiore coordinamento in cambio di una gestione meno imprevedibile delle provocazioni nordcoreane. Non una denuclearizzazione, ormai irrealistica, ma una disciplina della crisi.
Per l’Occidente democratico la lezione è chiara. La visita non rappresenta una svolta pacificatrice, ma un tentativo cinese di riaffermare il proprio ruolo di potenza indispensabile nella sicurezza asiatica. La vera domanda non è se Xi riuscirà a controllare Kim. È capire fino a che punto Kim riuscirà a sfruttare contemporaneamente Cina e Russia per rafforzare il proprio potere e continuare a destabilizzare uno dei quadranti più strategici del pianeta. La partita che si gioca a Pyongyang riguarda molto più della penisola coreana. Riguarda il futuro equilibrio tra autocrazie revisioniste e ordine internazionale fondato sulle regole.
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