Esteri
L’Arabia Saudita cerca nuovi alleati senza l’ombrello degli Stati Uniti
L’Arabia Saudita incassa il mancato aiuto degli Stati Uniti nel gestire insieme la crisi degli Houthi in Yemen e rilancia subito approfittando dell’Assemblea generale dell’Onu per mostrare la sua nuova politica estera a cerchi concentrici. Il ministro degli Esteri di Riad, Faisal bin Farhan, si è fatto notare per il suo iperattivismo in questi giorni al Palazzo di vetro. A New York ha incontrato i suoi omologhi di Pakistan, Turchia ed Egitto, rispettivamente Ishaq Dar, Hakan Fidan e Badr Abdelatty.
Il cosiddetto gruppo R4 ha discusso gli ultimi sviluppi regionali, compresi gli sforzi diplomatici per allentare le tensioni tra Golfo e Mar Rosso. Poi è stata la volta dei vertici nell’ambito del Gulf cooperation council, l’organizzazione che riunisce appunto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein, e dei bilaterali con Francia e Svizzera. Houthi, Hormuz, Gaza sono stati i tre temi toccati in ciascuno dei meeting. Il numero uno della diplomazia saudita si è presentato non più soltanto come il portavoce del primo esportatore mondiale di greggio, ma come il delegato di una potenza regionale, che ha tutte le carte in regola per poter risolvere le tante crisi mediorientali. Anche senza il placet di Washington.
Non è un caso che, alle spalle voltate di Trump, abbia fatto da contraltare la disponibilità di Parigi e Londra a soccorrere l’alleato del Golfo. Macron e Burnham, ma soprattutto quest’ultimo, si sono detti disponibili a fornire un concreto aiuto per proteggere le infrastrutture petrolifere saudite oggi bersaglio dei ribelli sciiti sostenuti dall’Iran. Un impegno motivato da ragioni economiche. Il petrolio sì, ma anche gli enormi interessi industriali e militari. Londra è da decenni uno dei principali fornitori di armamenti di Riad. Parigi ha appena rafforzato con l’Arabia Saudita la partnership nel settore della difesa. Nello specifico, cybersecurity e IA. Del resto, anche i membri del G7, in una dichiarazione congiunta, hanno condannato gli attacchi Houthi contro l’Arabia Saudita e la navigazione civile, definendo la crisi una minaccia alla libertà di navigazione e alla sicurezza marittima nel Mar Rosso e a Bab el-Mandeb. Il vento in poppa a Riad soffia sia in ambito economico, sia strategico. Ieri il ripristino dell’oleodotto Est-Ovest, che collega i suoi pozzi di petrolio con l’hub portuale del Mar Rosso, ha permesso alla sua economia di riprendere fiato. E con essa i mercati. Dopo settimane di febbre da cavallo, il Brent è sceso dell’1,6% a 98,6 dollari al barile, il Wti del 2% a 90,4 dollari al barile.
Resta poi da confermare la notizia che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, abbia ripreso i contatti con Muhammad bin Salman. La mossa, a poco più di un mese dalle elezioni, ha certo lo scopo per Bibi di arrivare al voto con un ulteriore gol fatto. Ben sapendo quale sia il tornaconto. Ovvero riprendere il discorso sul riconoscimento di uno Stato di Palestina. Visto da Riad, è tutto grasso che cola. Nel trend favorevole, le manca soltanto l’ok del Congresso Usa – dopo che ha già ottenuto quello del Dipartimento di Stato – di una fornitura da 24,3 miliardi di dollari di 48 F-35A Lightning II, 49 motori Pratt & Whitney, nonché sistemi crittografici e di guerra elettronica, tutti di fabbricazione Usa. Washington tentenna perché teme una fuga di informazioni riservate alla Cina. Ma se anche questo accordo andasse in porto, l’Arabia Saudita diventerebbe il primo Paese arabo a disporre degli F-35, mettendo fine al monopolio regionale di Israele sul caccia stealth americano.
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