La scena, questa volta, è lontana da quella della notte in cui una bomba fece tremare Campo Ascolano, alla periferia di Pomezia. Valter Lavitola è uscito ieri mattina dalla sua abitazione romana di Monteverde con una camicia sportiva fuori dai jeans. Non ha detto nulla ai giornalisti che lo aspettavano. Giusto uno sguardo prima di salire sull’auto dei carabinieri che gli hanno appena notificato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

A dieci mesi dall’esplosione davanti alla casa del giornalista di Report, la Procura di Roma ha dunque deciso di arrestare non solo chi materialmente piazzò l’ordigno, ma anche chi avrebbe ideato e commissionato l’azione. Lavitola, ex giornalista-editore e ora titolare di “Cefalù”, rinomato ristorante di pesce nella Capitale, è indicato dagli investigatori come il mandante. Con lui è stata disposta la custodia cautelare anche per Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e suo factotum che avrebbe avuto il ruolo di intermediario e organizzatore operativo. Gomes, però, non è stato arrestato, trovandosi da settimane in Africa. Il provvedimento è stato eseguito dai carabinieri dei Nuclei investigativi di Roma e Frascati su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e del gip del Tribunale di Roma. L’ipotesi contestata riguarda il concorso nella detenzione e nell’utilizzo dell’ordigno esplosivo, con l’aggravante del metodo mafioso e dell’azione compiuta da più di cinque persone.

La storia comincia la sera del 16 ottobre 2025. È poco dopo le dieci quando un ordigno esplode davanti alla casa di Ranucci, a Pomezia, nella frazione di Torvaianica. L’esplosione distrugge le automobili del giornalista e della figlia, provocando danni al cancello e al muro perimetrale dell’abitazione. Nessuno rimane ferito. Per mesi, l’inchiesta procede senza un nome capace di spiegare il perché di quell’attentato. Poi, il 30 giugno scorso, arriva la prima svolta. Quattro persone, tutte provenienti dalla Campania, vengono arrestate dai carabinieri. Tre finiscono in carcere, una ai domiciliari. Sono ritenute essere gli esecutori materiali dell’attentato. La Procura contesta loro, a vario titolo, la detenzione, il porto e l’uso dell’esplosivo, la minaccia e il danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Quegli arresti aprono una domanda destinata a rimanere senza risposta ancora per qualche giorno: chi li aveva mandati?

Il 6 luglio emerge il nome di Valter Lavitola. La sua abitazione viene perquisita e gli investigatori gli sequestrano i dispositivi elettronici e il cellulare. Lavitola è indicato come il mandante. Il giorno successivo il quadro accusatorio diventa ancora più pesante. Nei confronti di Lavitola viene contestata anche la tentata strage. Per gli inquirenti non si sarebbe trattato semplicemente di un attentato intimidatorio destinato a danneggiare alcune automobili. La scelta di collocare un ordigno esplosivo in un contesto abitato avrebbe esposto a un rischio molto più ampio l’incolumità delle persone.

A quel punto emerge un particolare destinato ad assumere un peso decisivo: il sopralluogo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il 15 settembre scorso, esattamente un mese prima dell’esplosione, Lavitola aveva raggiunto insieme a Gomes la zona dell’abitazione di Ranucci. Un sopralluogo esplorativo, secondo l’accusa. Gomes avrebbe rappresentato l’anello di congiunzione tra Lavitola e il gruppo campano. Sarebbe stato lui, secondo l’ordinanza, a individuare, reclutare e istruire gli uomini del commando, non limitandosi a un solo sopralluogo. Il 10 ottobre, a pochi giorni dalla bomba, avrebbe infatti partecipato a una seconda ricognizione sul litorale laziale, mettendo a disposizione del gruppo anche l’automobile del suocero. Il cuore dell’ordinanza, spiegano i carabinieri, è costituito dall’incrocio delle celle telefoniche di tutti i soggetti coinvolti.

Resta però una domanda fondamentale: il movente. Perché un uomo che, secondo quanto riferito dal suo stesso legale, aveva un rapporto di amicizia con Ranucci, suo assiduo commensale, avrebbe dovuto commissionare un attentato contro di lui? L’avvocato Sergio Cola, all’indomani della notizia, aveva definito Lavitola sconvolto dalle accuse e aveva sottolineato proprio il rapporto personale con il giornalista. Ranucci, almeno finora, ha mantenuto una posizione prudente sul suo conoscente. Non resta che attendere l’interrogatorio di garanzia, previsto verosimilmente già per questa settimana. A quel punto le sorprese, si può essere certi, non mancheranno.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere