L'attentato dimostrativo
Lavitola e l’attentato d’amore al “fratello” Ranucci: la bomba messa per far esplodere la carriera politica del giornalista Report
L’attentato a Sigfrido Ranucci aveva prodotto solidarietà, allarme democratico, accuse politiche e una discreta quantità di dietrologia. Ora l’inchiesta della Procura di Roma consegna una trama assai più prosaica e, proprio per questo, surreale: secondo l’accusa, la bomba davanti alla casa del conduttore di Report sarebbe stata commissionata da Valter Lavitola. Non per intimidirlo davvero. Non per fermare le sue inchieste. Ma, paradossalmente, per farlo diventare più popolare e accelerarne l’ascesa politica. Un attentato d’amore, insomma. Con tanto di strategia elettorale incorporata. Gli atti che abbiamo visionato, redatti dalla Procura di Roma, parlano per la prima volta formalmente di «attentato dimostrativo».
Il Gip Iole Moricca scrive che l’azione sarebbe stata pensata «esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista Ranucci e accelerare» i suoi progetti «in ambito politico». L’idea di Lavitola, secondo l’ordinanza, era che la bomba apparisse come un avvertimento, così da rafforzare la figura del giornalista e favorirne l’ascesa. Un piano criminale talmente contorto da sembrare concepito da uno sceneggiatore che abbia esagerato con i colpi di scena. Un piano criminale che apre uno squarcio su alcuni precedenti episodi, tra proiettili e lettere minatorie, denunciate da Ranucci negli anni precedenti.
Ranucci “vittima di manipolazione”
In una chat Lavitola scriveva a Ranucci: «E tra 2 anni fai il Presidente». E se Ranucci fosse stato cacciato dalla Rai, avrebbe fatto «bingo». Non proprio la sceneggiatura di un complotto di Stato: piuttosto quella di un singolare progetto di carriera politica costruito attorno a un rapporto personale di stretta amicizia. E qui arriva la parte più incredibile. Ranucci, secondo il Gip, sarebbe stato davvero vittima della manipolazione di Lavitola. Non complice dell’attentato: non è emerso alcun elemento che lo dimostri. Al contrario, scrive il giudice, il profondo legame tra i due avrebbe consentito a Lavitola di alimentare nel giornalista «il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile».
Il “fratello” Sigfrido
E infatti c’è quella telefonata del 5 luglio che sembra uscita da una commedia dell’assurdo. Lavitola racconta di avere parlato per due ore con Ranucci dopo la perquisizione. E riferisce che la presunta vittima dell’attentato lo avrebbe difeso, furioso con gli inquirenti. «Io spero che continui a fare questo», dice Lavitola. Perché Ranucci è «un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia». E poi: «Dovrò attaccare un mio fratello?». Fratello è la parola chiave di questa storia. Perché il problema che emerge dall’ordinanza non è soltanto capire chi abbia messo la bomba e perché. È capire la natura di un rapporto personale che, secondo la ricostruzione giudiziaria, aveva assunto una dimensione politica. Lavitola progettava per Ranucci un futuro da candidato, lo incoraggiava, gli attribuiva un ruolo nel «nuovo scenario politico». E, sempre secondo l’accusa, sarebbe arrivato a organizzare un attentato per accrescerne la popolarità.
Cui prodest?
La Procura dovrà stabilire le responsabilità penali di Lavitola. Ranucci dovrebbe invece spiegare ai suoi telespettatori la natura di quel rapporto. L’ordinanza racconta un paradosso difficilmente eludibile: l’uomo accusato di avere organizzato l’attentato contro di lui sarebbe stato anche uno dei suoi più intimi amici. Un intimo. Lavitola, dunque, voleva colpire Ranucci per farlo diventare più forte. E Ranucci, secondo il Gip, continuava a difendere Lavitola persino dopo avere saputo che era sospettato di averlo fatto saltare in aria. Più che un attentato, si è detto, sembra una storia d’amore. Solo che il «cui prodest?» non porta a un nemico di Report. Porta a uno che voleva diventare il suo grande alleato. E che forse aveva già deciso in che modo far esplodere la carriera politica dell’amico.
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