Stelle cadenti
Lavitola e l’attentato per quadruplicare la scorta di Ranucci che si paragona a “Falcone e Borsellino”: benvenuti nel populismo giudiziario
All’interrogatorio di garanzia a Rebibbia, Valter Lavitola, reo confesso, ha parlato per cinque ore e mezza. Ha ammesso di essere il mandante dell’attentato a Ranucci. Ma cinque ore e mezza, per una personalità loquace, a tratti logorroica come Lavitola, sono tante. Deve aver parlato molto di più di quanto detto dal suo avvocato. Che uscendo affida ai giornalisti un laconico, inquietante «no comment» alla domanda se Ranucci fosse a conoscenza dell’attentato o meno. Certamente, ribadisce l’avvocato Sergio Cola, non è stato un attentato atto ad offendere. Anzi, «è stato fatto a fin di bene». In che senso? Cola lo dettaglia: la scorta di Ranucci, che prima era composta da due uomini, dopo l’attentato è passata a otto. Nella metrica di misurazione del populismo giudiziario, otto uomini di scorta sono medaglie. Quando poi gli chiedono dell’eventuale consapevolezza del giornalista di Report su quanto stava per fare il suo assistito, la risposta è lapidaria e spiazzante: «Non commento questo aspetto, non posso rispondere».
E Ranucci arriva a paragonarsi a «Falcone e Borsellino», tentando di percorrere, malgrado l’equilibrio sempre più precario, l’impervia strada che separa l’Olimpo dal baratro, nell’immaginifica escalation tra mitomania e smarrimento. Rimane da capire chi fosse il temuto e rispettato Corrado che tornava nei primi brogliacci delle intercettazioni. Non se ne ritrova traccia nelle 180 pagine dell’ordinanza per Lavitola. Le ombre rimangono, i misteri pure. Nella storia di profonda amicizia tra Ranucci e Lavitola sono ancora tanti i dettagli da raccontare. Nei sodalizi, come nelle coppie, si sa, l’unica legge imperitura è il simul stabunt, simul cadent. La caduta dell’uno provoca la caduta dell’altro. Ranucci lo sa. E chiama la sua curva da stadio a difenderlo. «Mi attaccano», denuncia. E cerca di farsi difendere dal suo partito. Quello trasversale che va da Avs a Schlein, centrato sui Cinque Stelle che lo hanno bollinato alla vicedirezione Rai. Ed ecco la difesa d’ufficio di chi diventa, per un giorno, suo portavoce.
«Non so se sto assistendo a una tragedia o a una commedia perché ha dell’inverosimile quello che sta accadendo a Sigfrido Ranucci», dice in un video su Instagram la senatrice M5S Barbara Floridia, già presidente di quella commissione di Vigilanza Rai che ha voluto sciogliere curiosamente proprio nelle stesse ore in cui a casa di Lavitola si presentarono gli uomini della Direzione investigativa antimafia. Non bastava l’avvocato Cola che assiste Lavitola, adesso si aggiunge per Ranucci un collegio di difesa che siede sui banchi del Parlamento. «Sigfrido Ranucci – sottolinea ancora Floridia – è stato vittima, per fortuna illesa, di un attentato. È stato vittima di una manipolazione, di una conoscenza con Lavitola che si è rivelata terribile visto che presumibilmente Lavitola è il mandante dell’attentato per sue assolute ragioni, colpe, io adesso non so quali siano le motivazioni. Il fatto sta che Sigfrido Ranucci, anche dalle chat scambiate con Lavitola risulta assolutamente inconsapevole dell’attentato, ma figuratevi se uno si mette la bomba sotto casa, con il rischio che ti muore la figlia. È una cosa assurda». Floridia, colta dall’enfasi del momento, aggiunge il dettaglio del pericolo di vita nell’attentato che invece la Procura ha escluso, definendolo dimostrativo. Poi l’intemerata dei Cinque Stelle prende di mira i vertici di Viale Mazzini. «Quale sarebbe – continua la senatrice M5S – la motivazione per la quale sospendere la conduzione di Report da parte di Sigfrido Ranucci?». E poi la conclusione teatrale: «Non so se è una commedia o una tragedia: mi convinco sempre di più che siamo alla tragedia culturale del nostro Paese». Il contributo della Vigilanza Rai, in questo senso, si è visto. Fino all’ultimo, quando per non dover porre domande scomode a Ranucci ha preferito sciogliersi.
Proseguono invece, anche in questi giorni caldi di agosto, le riunioni del Comitato etico della Rai. Il comitato deve esprimere un parere sulla vicenda che riguarda il giornalista e indicare la rotta per la futura conduzione di Report. C’è attesa per la relazione che il Comitato invierà all’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, per le valutazioni del caso. Il Comitato dovrebbe inserire nell’agenda che riguarda la valutazione delle fonti anche il tema Autogrill. La vicenda ha avvelenato i pozzi dell’intelligence italiana, minando non blandamente la struttura del controspionaggio, a lungo guidata da Marco Mancini. Chi e perché ha realizzato quel filmato messo in onda da Report? Quali legami famigliari legavano l’esecutrice materiale ad attività collaterali ai servizi? Quali agenti delle scorte di Renzi e Mancini consigliarono quel punto esatto per l’appuntamento poi filmato e raccontato da Ranucci? Su queste domande era ostativo, fino a poco fa, il segreto di Stato. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lo ha tolto. Dimostrando coraggio e buon senso. Dunque è ora possibile investigare sulle fonti di Report anche in quella vicenda oscura. Rai, comitato per il codice Etico, magistratura potrebbero e forse oggi dovrebbero andare ad aprire quel dossier. Contribuirebbe, crediamo, a far capire molte cose.
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