La macchia nera del carbon credit
Lavitola-Ranucci, lo Zimbabwe e la fuga di Tavares dagli amici russi. L’aggressione in carcere del faccendiere (che non risulta a nessuno) e il caso-Innocenzi, giornalista-non giornalista
C’è una pista russa intorno al ristorante Cefalù e alle cene del giovedì. Quando Valter Lavitola dichiarava al Riformista di avere ospiti ai suoi tavoli uomini della Cia, lo diceva probabilmente per sviare sulla vera nazionalità di certi clienti. È un’ipotesi, naturalmente. Ma oggi, alla luce degli interessi coltivati da Lavitola in Africa e delle relazioni che il suo entourage racconta, è una pista che merita di essere seguita.
L’influenza russa su Lavitola, e lo Zimbabwe
Lavitola ha vissuto e lavorato per anni all’estero, soprattutto tra America Latina e Africa. È proprio nel continente africano che la sua attività incrocia lo Zimbabwe, Paese nel quale aveva concentrato una parte dei propri interessi economici. E qui compare un elemento che non può essere liquidato come una coincidenza: il mercato dei carbon credit, sul quale negli ultimi anni Russia e Bielorussia hanno cercato di costruire canali di scambio alternativi rispetto ai circuiti occidentali. Nel 2023 la nascente borsa dei crediti di carbonio dello Zimbabwe, la Victoria Falls Carbon Registry, fu coinvolta in un progetto che prevedeva la vendita internazionale di circa due milioni di vecchi crediti provenienti da programmi forestali della Siberia russa e di territori dell’ex Unione Sovietica.
A spingere l’operazione fu anche l’ex presidente sudafricano Jacob Zuma, attraverso la Belarus African Foreign Trade Association. La vicenda attirò l’attenzione internazionale proprio per la possibilità che il mercato dei crediti di carbonio diventasse uno strumento finanziario in grado di aggirare, almeno in parte, l’isolamento imposto a Mosca e Minsk dalle sanzioni occidentali. Il progetto venne poi ridimensionato e lo Zimbabwe chiarì che il proprio mercato avrebbe trattato crediti generati in Africa. Ma il passaggio resta agli atti. Lavitola, nel frattempo, guardava proprio allo Zimbabwe. Attraverso il socio locale Benjamin Chimutengo avrebbe pianificato investimenti per l’acquisto di circa 5.000 acri di terreno agricolo e per entrare nei settori del fotovoltaico e dei carbon credit. Nel novembre 2025 avrebbe inoltre ottenuto dalle autorità locali una licenza per la caccia grossa nella concessione di Mutema e Chibuwe, nel sud-est del Paese. Interessi che rende meno peregrino chiedersi chi fossero gli interlocutori internazionali che ruotavano attorno a quelle attività.
Tavares e la fuga in Russia
E poi c’è Clesio Gomes Tavares, il factotum e socio di Lavitola, considerato dagli investigatori l’intermediario tra l’ex direttore dell’Avanti! e il gruppo accusato di aver materialmente realizzato l’attentato contro Ranucci. Tavares, raggiunto dal Tg1, ha pronunciato una frase che difficilmente passa inosservata: «Se volessi scappare andrei in Russia, dove conosco delle persone e dove nessuno potrebbe chiedere l’estradizione». Chi sono quelle persone? È la domanda. Oligarchi? Imprenditori? Intermediari? Ex appartenenti ai servizi? Non lo sappiamo. E sarebbe scorretto trasformare una frase in una prova. Ma la Russia non è stata evocata da un estraneo alla vicenda: è stata indicata spontaneamente dall’uomo che gli inquirenti considerano il collegamento operativo di Lavitola. E lo stesso Tavares ha raccontato di muoversi tra Africa e Zimbabwe, mentre la Procura cerca di riportarlo in Italia.
Dentro questo quadro assume un significato particolare anche l’intervista concessa da Ranucci a The Standard, quotidiano dello Zimbabwe, pubblicata il 5 luglio 2026. Il giornalista italiano vi viene presentato come colui che sta indagando sul caso di un investitore italiano che sarebbe stato truffato in Zimbabwe da un uomo che sosteneva di avere rapporti con il presidente Emmerson Mnangagwa. Il tema dell’intervista è il carbon credit. La coincidenza temporale è notevole. Il 4 luglio gli investigatori perquisiscono la casa di Lavitola. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio, secondo la ricostruzione investigativa, una telefonata attraverso sistemi criptati viene captata dalla microspia installata nell’auto di Lavitola: Ranucci avrebbe ricevuto la chiamata intorno alle 3.30 del mattino. Poche ore dopo, il 5 luglio, compare l’intervista sullo Zimbabwe. Che poi, ieri, è scomparsa. La testata MowMag ne ha ripubblicato però la traduzione in italiano. Un imprevisto.
Il giallo dell’aggressione a Lavitola e il caso Rai
Ieri mattina la notizia è arrivata come una certezza: Lavitola aggredito a Rebibbia. Schiaffi, colluttazione, paura per le sue condizioni. Una storia perfetta per finire sulle prime pagine nel pieno della bufera Ranucci. Poi, però, la storia ha cominciato a perdere pezzi. Il Dap ha fatto sapere che non risulta alcuna aggressione ai danni di Lavitola. Nessuno schiaffo. Nessun buffetto. Nessuna relazione di servizio che certifichi l’episodio. La prima versione proveniva da Pellegrino D’Avino, uno degli arrestati nell’inchiesta sull’attentato a Ranucci, che avrebbe appreso dell’episodio da altri detenuti. Il legale di Lavitola, invece, ha riferito di aver parlato con il suo assistito e di non aver ricevuto da lui alcun racconto di aggressioni. Qualcuno ha interesse a costruire una determinata narrazione attorno a Lavitola?
Sono domande, non risposte. Ma il dato certo è che anche questa vicenda, come molte altre che ruotano attorno al caso Ranucci, nasce rumorosa e finisce avvolta dalle smentite. Lavitola, intanto, resta detenuto e il 7 settembre è atteso davanti al Tribunale del Riesame. E mentre attorno a Lavitola si moltiplicano piste, versioni e controversioni, in Rai il caso Ranucci è ormai diventato una guerra interna. La redazione di Report contesta la scelta dell’azienda di affidare la conduzione a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, arrivando a minacciare dimissioni collettive. Ieri la redazione ha incontrato a via Teulada il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini. Al confronto erano presenti anche i due nuovi conduttori, Piervincenzi e Presutti, arrivati insieme in Rai. La linea della redazione, secondo quanto riferito, resta durissima: il dialogo sarebbe subordinato alla rinuncia alle due nomine.
Poi c’è il caso Giulia Innocenzi. «Non risulta che Giulia Innocenzi sia iscritta all’albo dei giornalisti nell’elenco dei professionisti, né in quello dei pubblicisti», ha rilevato Unirai-Figec, chiedendo di chiarire perché una persona non iscritta all’Ordine abbia firmato importanti inchieste per Report. Il sindacato ha inoltre stigmatizzato le parole rivolte da Ranucci a Giulia Presutti (che mercoledì 2 settembre ha annunciato un passo indietro), ricordando che Ranucci è vicedirettore Rai e quindi dirigente dell’azienda. La questione non è secondaria. Ranucci ha ammesso di aver inserito personalmente Innocenzi sul sito di Report con la qualifica di «video-giornalista» e sostiene che, per lavorare a Report, l’iscrizione all’Albo non sia importante. Ma proprio qui nasce il problema: se l’Albo non conta, quali criteri contano? E con quali requisiti sono state affidate a Innocenzi le inchieste che ha realizzato per il programma?
A chiedere una risposta sono ora anche i parlamentari della Lega in Commissione di Vigilanza Rai: «Necessario fare chiarezza sulla vicenda. In base a quali requisiti Innocenzi ha firmato importanti inchieste? Ranucci controlli i curricula dei collaboratori scelti personalmente e risponda nel merito: il servizio pubblico non può trasformarsi in una zona franca nella quale titoli, regole e responsabilità valgono soltanto quando fa comodo». È questo il punto che resta sul tavolo, mentre a via Teulada si consuma lo scontro sul futuro di Report: non se Ranucci abbia ancora una trasmissione da condurre, ma quali regole valgano dentro il servizio pubblico e per chi. Perché se le regole valgono per tutti, devono valere anche per Report. E soprattutto per chi, da dirigente Rai, pretende di impartirle agli altri.
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